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Problemi di macroeconomia

1. La banca centrale e la politica monetaria

La politica monetaria è una branca della politica economica tesa a regolare il livello della domanda aggregata attraverso un aumento o una diminuzione dell'offerta di moneta.
Non è sempre facile distinguere se una misura di politica economica rientra nella politica fiscale o in quella monetaria. In genere, si è soliti operare la distinzione sulla base di due diversi criteri: in base alle autorità che prendono la decisione o in base ai mercati che da tale decisione sono influenzati.
Secondo la definizione di Hansen  la politica fiscale comprende ogni transazione governativa in tema di tasse, imposte, spesa pubblica che influenzi l'ammontare del debito pubblico ma non la sua composizione. Di conseguenza, è un atto di politica monetaria ogni decisione che riguardi la composizione del debito pubblico ma non il livello del suo ammontare.
In quanto parte della più generale politica economica, la politica monetaria ne condivide gli obiettivi di breve e lungo periodo.  A volte, comunque, alla politica monetaria sono assegnati obiettivi specifici: ad esempio, al SEBC  responsabile della politica monetaria dell'area dell'euro, il Trattato di Maastricht assegna il compito di assicurare la stabilità dei prezzi.
Per strumenti della politica monetaria devono intendersi quelle variabili economiche sotto il diretto controllo della banca centrale e che possono essere manovrate tempestivamente per il raggiungimento degli obiettivi dell'azione monetaria. Essi sono in genere costituiti da:
base monetaria; tramite il controllo dell'offerta di base monetaria la banca centrale regola anche la crescita dei depositi bancari grazie al meccanismo del moltiplicatore dei depositi. Il controllo della componente interna della base monetaria (in pratica quella non derivante da un surplus della bilancia dei pagamenti) avviene tramite le operazioni di mercato aperto e le variazioni della riserva obbligatoria.
Le operazioni di mercato aperto consistono nell'acquisto (o nella vendita) di titoli di Stato: se la banca centrale vuole immettere liquidità nel sistema essa acquisterà titoli. Se invece l'obiettivo è quello di drenare liquidità (ovvero diminuire la base monetaria) la Banca venderà titoli.
Tramite le variazioni del coefficiente di riserva obbligatoria la banca centrale ha un controllo pressoché completo dell'offerta di moneta anche in un sistema in cui gran parte della moneta è costituita da moneta bancaria. Ad un coefficiente più elevato corrisponderà un moltiplicatore dei depositi più piccolo, cosicché minore sarà l'ammontare dei depositi bancari conseguente ad una variazione della base monetaria;
— i tassi d'interesse del mercato monetario;
— i controlli diretti (o amministrativi) sui flussi finanziari.
Rispetto al controllo della base monetaria ed alle variazioni dei saggi d'interesse, i controlli amministrativi del credito presentano il vantaggio di un'applicabilità più diretta, non mediata dal mercato. Nel lungo periodo, però, essi possono provocare effetti distorsivi sull'ottimale allocazione delle risorse finanziarie. In Italia, in particolare, sono stati adottati per qualche tempo il massimale sui prestiti bancari ed il vincolo di portafoglio.
Gli strumenti di volta in volta azionati dalle autorità monetarie non influenzano direttamente gli obiettivi perseguiti ma agiscono su variabili intermedie. Nella versione più semplice, un aumento dell'offerta di moneta (esogena) provoca una riduzione del tasso d'interesse (per l'accresciuta domanda di moneta speculativa) stimolando così gli investimenti e, di conseguenza, il reddito.
In sostanza, un aumento della quantità di moneta detenuta dalle banche provoca una riduzione del tasso d'interesse che incentiva la richiesta di credito da parte degli operatori economici; a sua volta un aumento del credito, ed in particolare il suo minor costo, potrebbero essere un fattore stimolante per l'intero sistema economico: facilitando un aumento degli investimenti e, in ultima analisi, facendo aumentare il livello del reddito di equilibrio.
Al contrario una politica monetaria restrittiva, facendo aumentare il tasso d'interesse (indice della scarsità di moneta nel circuito economico), scoraggia gli investimenti privati e quindi provoca una riduzione del reddito di equilibrio.
Nel grafico sono rappresentati gli effetti di una politica monetaria espansiva e restrittiva con l'ausilio del modello IS-LM. Partendo da una posizione iniziale in cui il reddito è pari a Y0 ed il tasso d'interesse è i0, un aumento dell'offerta di moneta (da LMo a LM1) provoca una riduzione del tasso d'interesse (da i0 a i1) ed un aumento del reddito di equilibrio (da Y0 a Y1). Viceversa, una politica restrittiva (da LM0 a LM2) farà aumentare il tasso d'interesse (da i0 a i2) e diminuire il livello del reddito nazionale (da Y0 a Y2).


Questo schema semplificato di meccanismi di trasmissione della politica monetaria può essere raffinato tenendo conto della scuola delle scelte di portafoglio secondo cui la ricchezza detenuta da ciascun operatore è formata da un portafoglio di investimenti che includono attività liquide, titoli con diverse scadenze, beni reali ecc.
Una variazione della base monetaria, perciò, comporterà un progressivo aggiustamento dei portafogli degli operatori che sostituiranno le attività finanziarie a lungo termine con le attività reali (gli investimenti) a seconda dei rispettivi rendimenti.
Anche senza considerare che in questo modo la variazione della base monetaria deve compiere un processo abbastanza tortuoso prima di riflettersi sulle variabili reali, la politica monetaria può (in determinate circostanze) dimostrarsi inefficace.
Se, ad esempio, il tasso d'interesse è troppo basso e le previsioni degli operatori sono pessimistiche, vi sarà un'altissima preferenza per la liquidità: gli operatori preferiranno cioè detenere una grande quantità di scorte liquide piuttosto che impiegarle nei processi produttivi o nell'acquisto di titoli.
In tale situazione la politica monetaria risulta inefficace in quanto la domanda di moneta è teoricamente infinita e, di conseguenza, il saggio d'interesse non può variare.
Studi empirici, inoltre, hanno rilevato una notevole asimmetria della politica monetaria: le manovre espansive, infatti, si sono dimostrate meno efficaci di quelle restrittive. Fra le possibili spiegazioni del fenomeno ricordiamo il razionamento del credito e il cd. effetto d'immobilizzo.
A sua volta una politica monetaria restrittiva potrebbe risultare inefficace per due motivi:
— la liquidità bancaria. Se le banche hanno un eccesso di liquidità, l'efficacia di qualsiasi strumento monetario può essere vanificata utilizzando le scorte liquide detenute e non ancora utilizzate. In questo modo non vi sarà alcuna variazione nel volume del credito accordato dalle banche e, quindi, della liquidità immessa nel circuito economico;
— la velocità di circolazione della moneta. Una riduzione della quantità di moneta presente nel sistema economico può essere bilanciata da un aumento della velocità di circolazione della stessa. Poiché in un sistema economico in qualunque momento vi sarà una parte del circolante detenuto in forma liquida (improduttiva), un aumento del saggio d'interesse, provocato da una politica monetaria restrittiva, indurrà i detentori di moneta ad immetterla nel circuito economico, aumentando la velocità di circolazione della stessa.

 

2. L'effetto spiazzamento

Il termine spiazzamento (o crowding out) indica le conseguenze prodotte dal manifestarsi di una forte domanda del settore pubblico all'interno di un sistema economico già caratterizzato dalla piena utilizzazione delle risorse produttive.
Il fenomeno è comunque osservabile anche in situazioni di sottoccupazione. Se, infatti, lo Stato finanzia la propria spesa ricorrendo al debito pubblico, per collocare i propri titoli presso gli operatori privati dovrà offrire tassi d'interesse competitivi. Ciò comporterà un aumento generalizzato della struttura dei tassi d'interesse e, di conseguenza, una riduzione negli investimenti privati. Inoltre, gli elevati tassi interni attrarranno capitali esteri, rivalutando il cambio e riducendo le esportazioni. Il tutto si tradurrà in una contrazione della domanda aggregata e, dunque, del reddito.
La possibilità di un effetto di spiazzamento è riconosciuta anche dai keynesiani. Essi ribattono, però, che gli investimenti sono poco sensibili alle variazioni del saggio d'interesse, cosicché il crowding out ha una portata relativamente limitata.

 

3. La trappola della liquidità

Situazione, definita da J.M. Keynes , che si verifica quando, in corrispondenza di un tasso d'interesse molto basso, la domanda di moneta per fini speculativi diventa illimitata poiché i risparmiatori si aspettano un aumento del saggio d'interesse e quindi preferiscono detenere moneta in forma liquida piuttosto che investirla.Un basso livello del tasso d'interesse costituisce uno dei maggiori incentivi agli investimenti privati. Come si ravvisa in figura le autorità di governo potrebbero porsi come obiettivo quello di ridurre il tasso d'interesse aumentando l'offerta di moneta (da Ms1 a Ms2). In questo caso il tasso d'interesse scenderebbe fino al livello i2. Tuttavia, oltre quel punto ogni ulteriore immissione di liquidità nel circuito economico non avrebbe effetti sul saggio d'interesse (come è dimostrato dallo spostamento della retta dell'offerta in Ms3).

Il materiale qui utilizzato è tratto, con i dovuti riadattamenti, dal Nuovo Dizionario di Economia Politica, Edizioni Simone, 2000. Il dizionario è anche disponibile on line, la sua consultazione è gratuita

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