Nello schema IS-LM in cui i prezzi sono fissi (ovvero in
visione del mondo sostanzialmente keynesiana) e si ipotizza un sistema economico
chiuso, un confronto fra politiche fiscali e politiche monetarie, entrambe di
tipo espansivo, emerge che la differenza più rilevante riguarda l'effetto sul
tasso d'interesse.
Politiche economiche espansive comportano in ogni caso un
aumento del reddito e della produzione, ma se la politica fiscale fa aumentare
anche il tasso d'interesse, la politica monetaria, al contrario, lo riduce.
La conseguenza più immediata è legata al fatto che, nel
primo caso, una politica fiscale realizzata attraverso un aumento della spesa
pubblica spiazza l'iniziativa privata. La politica monetaria, al contrario, non
solo non produce questo effetto spiazzamento ma, se si mantiene l'ipotesi che i
prezzi siano fissi, il tasso d'interesse dovrebbe addirittura diminuire
favorendo in tal modo una crescita degli investimenti.
Quando ci si muove in un contesto in cui i prezzi non sono
più fissi le cose cambiano.
Secondo la teoria classica, sia le politiche fiscali sia
quelle monetarie espansive provocano un aumento del livello generale dei prezzi
senza riuscire ad influire sul livello di produzione e di reddito di equilibrio,
per definizione pari al livello di pieno impiego. Esiste però di nuovo una
differenza fondamentale: una politica fiscale espansive provoca un aumento dei
tassi d'interesse che la politica monetaria espansiva, al contrario, non
determina.
In un sistema economico aperto e in presenza di un sistema di
cambi fissi, la politica monetaria può essere impiegata per raggiungere
l'equilibrio esterno mentre la politica fiscale può contribuire alla
realizzazione dell'equilibrio interno.
In un sistema di cambi flessibili, solo la politica monetaria
mantiene un certo grado di efficacia.
In particolare, una politica monetaria espansiva (ad esempio,
un aumento dell'offerta di moneta che determina una riduzione del tasso
d'interesse) equivale a svalutare il tasso di cambio e, rendendo più
competitiva la produzione nazionale, permette di aumentare le esportazioni e
quindi la produzione di equilibrio.
Cerchiamo di capire perché: se i tassi d'interesse sono più
bassi ci sarà un deflusso di capitali verso l'estero poiché gli investitori
sposteranno i loro investimenti in paesi che offrono remunerazioni maggiori;
ciò comporta una minore domanda di valuta nazionale e quindi una pressione sul
tasso di cambio che si svaluterà; la svalutazione rende più competitiva
l'economia nazionale, le esportazioni aumentano e con esse anche la produzione
di equilibrio. Una politica monetaria espansiva determina indirettamente una
svalutazione, migliorando da un lato il saldo delle partite correnti e
dall'altro la produzione di equilibrio e quindi l'occupazione.
Viceversa la politica fiscale si rivelerebbe del tutto
inefficace in questi casi. Pensiamo a cosa accade se aumenta la spesa pubblica
(o se le imposte vengono ridotte): il reddito nazionale aumenta ma con esso
anche i tassi d'interesse. Se i tassi di interesse sono più elevati rispetto al
resto del mondo vi sarà un afflusso di capitali, una maggiore domanda di valuta
nazionale e quindi una pressione sul tasso di cambio che porterà ad un
apprezzamento della moneta nazionale; ciò significa però perdita di
competitività, riduzione delle esportazioni ed un aumento delle importazioni;
il disavanzo di parte corrente, infatti, viene compensato da un afflusso di
capitali (la bilancia dei pagamenti, come sempre, è in equilibrio) ma la
produzione di equilibrio non è aumentata: vi è stata solo una variazione della
composizione della domanda (è aumentata la spesa pubblica la quale però ha
spiazzato le esportazioni nette).
Il materiale qui presentato è tratto, con i dovuti
riadattamenti, dal volume "Manuale
di Economia Politica - Micro e Macroeconomia, Edizioni Simone 2000.