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Gli effetti del debito pubblico
Esistono diverse posizioni rispetto alla condizione di pareggio
di bilancio, tuttavia la maggior parte degli economisti:
-
non ritiene irrilevante la presenza del debito pubblico
(negazione del teorema dell’equivalenza ricardiana);
-
ritiene opportuno che lo Stato, durante le congiunture
avverse, e in generale per favorire la crescita, intervenga nell’economia,
seppure ciò debba significare la chiusura del bilancio in disavanzo
(posizione keynesiana del deficit spending).
Il debito pubblico è costituito dalla somma del deficit
di bilancio del periodo attuale più gli interessi che si stanno pagando per
i titoli emessi nei periodi precedenti allo scopo di finanziare i precedenti
deficit di bilancio.
In altri termini, appare chiaro che, se anno dopo anno, il
bilancio dello Stato chiude sempre con un deficit, ossia le entrate
(essenzialmente gettito fiscale) superano sempre le uscite (spesa
pubblica), alla fina viene a realizzarsi una situazione insostenibile, pari
a quella di un individuo che sistematicamente spende più di quanto
guadagna ed è quindi costretto ad indebitarsi con un meccanismo a spirale.
Lo Stato non potrà reggere in eterno questo meccanismo in
quanto il debito potrebbe arrivare ad eguagliare l’intero PIL e l’effetto
spiazzamento sarebbe devastante.
In simili circostanze, si potrebbe giungere a soluzioni
estremamente drastiche quanto impopolari, come decidere di aumentare
significativamente le tasse, o svalutare il debito pubblico, ossia
rimborsare solo una parte di esso.
Lo Stato oltre che con l’emissione di titoli può
finanziare il debito pubblico stampando moneta, ed in ogni caso, se non
riesce a risanare il bilancio, prima o poi potrebbe trovarsi costretto a
ricorrere a questa alternativa. Gli economisti Sargent e Wallace hanno
dimostrato che l’indebitamento con emissione di moneta è meno
inflazionistico di quello con emissione di titoli, inoltre, giacché, nel
lungo periodo lo Stato dovrà comunque emettere moneta per fronteggiare il
debito pubblico, è meglio che lo faccia fin dal primo deficit di bilancio.
La teoria di Sargent -Wallace collega il livello di
inflazione a quello del debito pubblico e mette in evidenza come, nel lungo
periodo, lo Stato dovrà scegliere tra un drastico aumento delle imposte per
risanare le finanze pubbliche e un aumento del tasso di inflazione che
potrebbe risultare vorticoso, d’altra parte occorre sottolineare che l’inflazione,
solitamente favorisce la condizione del debitore (come vedremo meglio nel
capitolo dodicesimo) e quindi anche quella dello Stato.
Qualche altra considerazione va fatta sui possibili effetti
negativi del debito pubblico:
a) ipotesi di acquisto dei titoli da parte di stranieri.
Anche ritenendo valida la proposizione ricardiana, la
presenza del debito pubblico nell’economia non risulterà neutra se i
titoli di Stato vengono acquistati all’estero; infatti mentre gli
interessi sui titoli saranno goduti dai cittadini stranieri, le imposte
aggiuntive, prima o poi introdotte per far fronte al debito,
ricadranno sui residenti;
b) l’effetto spiazzamento
L’aumento progressivo di titoli dello Stato sul mercato
delle attività finanziarie, renderà sempre più difficile per il settore
privato accedere al risparmio per i propri investimenti;
c) l’aumento delle imposte
Potrebbe determinare un effetto depressivo sull’economia,
disincentivante per gli investimenti e per l’occupazione;
d) la trasmissione intergenerazionale del debito
Le generazioni future potranno subire i contraccolpi di un
grosso indebitamento avvenuto in epoche in cui non erano neanche nate.
Robert Eisner ha messo in evidenza che quando si analizza la
condizione debitoria dello Stato si trascura di considerare tutte le
attività che fanno parte del suo patrimonio: ospedali, scuole,
aeroporti, università, patrimonio edilizio, ecc., senza poi dire del
demanio pubblico.
Il capitale netto dello Stato, calcolato dall’autore per
gli USA, risulta fortemente in attivo, sebbene lo Stato possa non essere
disposto a vendere ai privati queste attività.
Altro elemento trascurato dall’analisi fin qui condotta, e
generalmente dalla teoria per la sua difficile valutazione è rappresentato
dalla maniera in cui si utilizza il deficit.
In presenza di un deficit, infatti, vi è una spesa pubblica
che può indirizzarsi nei più svariati programmi di intervento (sanità,
previdenza sociale, formazione, ambiente, incentivi alle imprese, sostegno
all’occupazione, ecc.); la valutazione dei risultati di questi programmi
è molto difficile per le enormi implicazioni di natura non strettamente
economica (talvolta di natura affatto economica), pertanto il risultato
complessivo dell’intervento statale nell’economia è più una
valutazione da politici che da macroeconomisti.
Il materiale qui presentato è stato tratto, con i dovuti
riadattamenti, dal volume 44/5 Compendio
di Macroeconomia, Edizioni Simone
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