Tecnologia, progresso tecnico e produttività dei fattori

Per progresso tecnico si intendono tutti quei miglioramenti nelle conoscenze e nelle tecnologie che permettono di semplificare e di perfezionare i processi produttivi e le tecniche organizzative delle imprese, di creare nuovi beni e servizi o di migliorare la qualità e le caratteristiche di quelli già esistenti. Può essere legato a grandi innovazioni tecnologiche, come i microchips per i computer o le fibre ottiche nel campo delle telecomunicazioni, ma anche trasformazioni meno evidenti (come avviene quando un'impresa, attraverso il controllo di qualità, riesce a migliorare il proprio processo produttivo riducendo gli sprechi ed aumentando la produzione) costituiscono progresso tecnico.

Allo stesso modo, il progresso tecnico può essere il risultato di lunghi anni di ricerca e sperimentazione da parte di équipe di esperti e richiedere costi molto elevati, oppure può derivare dall'ingegno e dalla creatività di un singolo individuo. In ogni caso, quando si introducono nuove tecnologie di produzione o si migliorano quelle esistenti, si parla di innovazioni di processo mentre le innovazioni di prodotto si riferiscono alla disponibilità sul mercato di prodotti nuovi o di migliore qualità.

In generale, il risultato del progresso tecnico è quello di produrre di più a parità di fattori produttivi utilizzati o, in modo equivalente, produrre lo stesso output ma con minor impiego di fattori. Se consideriamo il caso più semplice di processo produttivo che impiega un solo fattore variabile, il progresso tecnico provoca uno spostamento verso l'alto della funzione di produzione (caso a in figura): un'innovazione tecnologica potrebbe consentire, ad esempio, un aumento della produzione totale a parità di impiego del fattore lavoro (è ciò che accade nel punto A' rispetto ad A).

In modo del tutto simile, se i fattori produttivi considerati sono due, l'innovazione determina uno spostamento dell'isoquanto verso l'origine (caso b in figura).

Grazie al progresso tecnico è possibile ottenere lo stesso ammontare di output (Q = 50) con un impiego minore di fattori produttivi C e L e quindi con un costo inferiore per l'impresa (analogamente, l'impresa potrebbe decidere di aumentare la sua produzione a parità di costo totale: sull'isocosto iniziale troveremo allora un punto di equilibrio in corrispondenza di un isoquanto, e quindi di un livello produttivo superiore).

Il caso illustrato nel grafico b) è definito con il termine progresso tecnico neutrale, in quanto la riduzione dei due fattori C e L è di uguale entità (per una produzione sempre pari a 50 occorre il 20% in meno di entrambi i fattori). Vi sono però innovazioni che permettono soprattutto risparmi di capitale (e per questo si chiamano capital saving) oppure di lavoro (labour daving).

Il progresso tecnico ha dunque un ruolo importante nella crescita economica di un paese. Una delle teorie più importanti in questo campo di studi è la teoria neoclassica della crescita, il cui primo e più importante esponente è stato Robert Solow, vincitore del premio Nobel nel 1987. Utilizzando lo strumento della funzione di produzione (aggregata, cioè riferita all'interno sistema economico e non ad una singola impresa), Solow dimostra che il progresso tecnico gioca un ruolo determinante nella crescita del prodotto di un paese.

Il grafico mette in relazione il rapporto capitale/lavoro, cioè la quantità media di capitale a disposizione di ciascun lavoratore, con la quantità di beni e servizi pro-capite (o per lavoratore).

Esaminiamo inizialmente l'effetto determinato da un processo di accumulazione del capitale, senza che vi siano innovazioni o modificazioni tecnologiche (in assenza cioè di progresso tecnico). Aumentando l'impiego di capitale per lavoratore, cioè spostandoci lungo la funzione di produzione, anche la produttività marginale dei lavoratori aumenta e, con essa, anche i salari. Pensiamo, ad esempio, ai macchinari introdotti in agricoltura: la maggiore disponibilità di impianti e attrezzature a disposizione dei lavoratori (la crescita del rapporto capitale/lavoro) permette ai lavoratori di essere più produttivi (cioè di produrre quantità maggiori di prodotto); sappiamo inoltre che, secondo la teoria neoclassica, i fattori produttivi vengono remunerati in relazione alla loro produttività marginale e, quindi, se cresce la produttività crescono anche i salari. Ma poiché il capitale presenta rendimenti decrescenti, aumentando la quantità di capitale impiegata per ciascun lavoratore il prodotto aumenta ma ad un tasso decrescente: muovendoci ad esempio dal punto A al punto B, e dal punto B al punto C, il prodotto per lavoratore cresce ma in misura sempre più piccola.

Il risultato finale è che, oltre un certo livello (il punto C in figura), l'accumulazione di capitale da sola non è più in grado di generare un'ulteriore crescita del prodotto: il processo di accumulazione di capitale (in assenza di progresso tecnico) determina movimenti lungo la funzione di produzione fino ad arrivare al suo punto di massimo, oltre il quale non è possibile andare.

I miglioramenti tecnologici determinano invece uno spostamento dell'intera funzione di produzione verso l'alto: dalla stessa quantità di fattori produttivi (lavoro e capitale) è possibile ottenere quantità maggiori di beni e servizi. Si è determinata, in questo modo, una crescita del prodotto potenziale.

In generale, non è facile calcolare esattamente quanto il progresso tecnico abbia contribuito alla crescita economica registrata in un determinato periodo. Un approccio empirico consiste nell'assegnare al progresso tecnico quella parte di crescita che non può essere attribuita direttamente all'aumentato impiego di fattori produttivi. Solow stimò, ad esempio, che la crescita economica registrata dagli Stati uniti nel periodo 1909-1949 era accreditabile all'80% al progresso tecnico. Altri studi più recenti condotti sempre con riferimento agli Stati uniti negli anni 1948-1990 hanno assegnato invece un contributo del 57% alla crescita dell'impiego dei fattori produttivi (il 38% è il contributo dato dal capitale, il 19% dal lavoro) mentre il restante 43% della crescita economica sarebbe dovuta al progresso tecnico e all'incremento delle conoscenze, l'istruzione in particolare.

 

Il materiale qui presentato, con i dovuti riadattamenti, è tratto dal volume "Manuale di economia politica - Micro e Macroeconomia", di A. Balestrino e E. Chiappero Martinetti, Edizioni Simone 2000.

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