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Macroeconomia
keynesiana
L'idea
centrale della macroeconomia keynesiana è che la domanda determina la
produzione effettiva e quindi il livello di occupazione (principio della domanda
effettiva). Quando la domanda aggregata è elevata, la capacità produttiva
è utilizzata per intero, non vi è disoccupazione e, quindi, il prodotto
effettivo è anche uguale al prodotto potenziale. Se, viceversa, la domanda è
scarsa, le imprese riducono la loro produzione (e quindi anche il numero di
lavoratori occupati) fino a quando la quantità di beni offerta è pari alla
domanda aggregata.Secondo la teoria keynesiana non solo è possibile ma, anzi,
è piuttosto frequente che il prodotto effettivo sia inferiore rispetto al suo
livello potenziale (Y<Yp): questo significa che possono esserci
condizioni di equilibrio macroeconomico accompagnate dalla presenza di
disoccupazione.
In
queste circostanze, la curva di offerta aggregata può essere rappresentata con
una retta orizzontale (vedi figura 1) ad indicare il fatto che, per
un dato livello dei prezzi, le imprese possono offrire qualsiasi quantità di
beni venga domandata poiché, di norma, esiste capacità produttiva in eccesso.

Secondo la teoria
macroeconomica keynesiana, non è vero che il meccanismo dei prezzi è sempre in
grado di portare in equilibrio la domanda e l’offerta in ogni mercato perché,
nel breve periodo, i prezzi e in particolare i salari dei lavoratori sono
sostanzialmente rigidi verso il basso. Ciò significa che quando la domanda
aggregata è bassa, l’offerta si riduce e con essa l’impiego di lavoro da
parte delle imprese; questo crea disoccupazione, ma poiché i salari reali dei
lavoratori non possono scendere al di sotto di un certo livello, questo eccesso
di offerta di lavoro non viene riassorbito attraverso una riduzione del salario
e quindi la disoccupazione può persistere. Il risultato finale è che il
sistema economico può trovarsi intrappolato in una situazione di equilibrio
di sottoccupazione, un equilibrio cioè in cui il prodotto effettivo è
inferiore rispetto al suo livello potenziale.
Ma per quale
ragione i salari sarebbero rigidi nel breve periodo? Gli
economisti keynesiani basano questa assunzione sul fatto che i salari vengono di
solito definiti attraverso contratti di lavoro stipulati tra organizzazioni dei
lavoratori e delle imprese (i sindacati): questi contratti hanno una durata di
più anni e in questo periodo difficilmente i salari diminuiscono in relazione
alle vicende macroeconomiche.Ma anche in assenza di contratti collettivi di
lavoro, nella maggior parte dei paesi vi sono norme legislative che fissano un
minimo salariale e le stesse aziende stabiliscono livelli retributivi minimi per
le diverse figure professionali.
Per tutte queste
ragioni, le variazioni dei salari si manifestano con una frequenza ed un’intensità
assai minore rispetto a quanto previsto dal meccanismo di aggiustamento tra
domanda e offerta. D’altra parte, anche per le imprese non è conveniente
licenziare e riassumere lavoratori a seconda dell’andamento della domanda,
perché questo tipo di flessibilità comporta costi molto elevati di ricerca, di
selezione, di addestramento e di formazione del lavoratore.
Quando vi sono
squilibri sul mercato del lavoro, in particolare quando c’è disoccupazione,
la ricetta keynesiana è quella di agire sulla domanda aggregata: lo
Stato, usando in modo adeguato gli strumenti di politica fiscale, può far sì
che si realizzino livelli più elevati di produzione e quindi anche di
occupazione.
La figura
seguente illustra graficamente il caso di un’offerta aggregata, di tipo
keynesiano, perfettamente orizzontale. I mercati dei beni e delle attività sono
in una posizione iniziale di equilibrio nel punto E0, con
livello dei prezzi pari a P0 e produzione di equilibrio pari a
Y0: l’ipotesi ulteriore è che la produzione effettiva sia
sempre inferiore a quella potenziale, cioè Y0 < Y1,
e pertanto una parte della capacità produttiva risulta inutilizzata. Per
incrementare la domanda aggregata lo Stato deve intraprendere, secondo Keynes,
una politica fiscale espansiva che sposti la curva IS e quindi anche la AD (vedi
figura 2). Il nuovo equilibrio si viene a determinare in E1 con
un livello di produzione superiore rispetto alla situazione iniziale (e quindi
maggior occupazione) ma nessuna variazione sui prezzi.

Una politica
monetaria espansiva, cioè un aumento dell'offerta di moneta provoca secondo i
Keynesiani un incremento della domanda di titoli e, di conseguenza della loro
quotazione. Poiché, però, la quotazione di un titolo è inversamente
proporzionale al suo rendimento (ovvero al tasso di interesse) ne deriva che il
saggio d'interesse cadrà. Ciò stimolerà gli investimenti, ovvero la domanda
globale (la AD si sposta verso destra), e grazie all'effetto moltiplicatore si
avrà un reddito più alto.
In una situazione
di trappola della liquidità, però, tale processo non avverrà poiché
l'aumento dell'offerta di moneta andrà semplicemente ad aumentare le scorte
monetarie degli operatori: occorrerà, allora, ricorrere alla politica fiscale
(aumento della spesa pubblica).
Il materiale qui
presentato, con i dovuti riadattamenti, è tratto dal volume Manuale
di Economia Politica - Micro e Macroeconomia,
Edizioni
Simone 2000.
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