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Quesito n. 17

 

1. La curva di offerta aggregata

 

Il quesito è interessante in quanto muove dal modello keynesiano del mercato del lavoro in cui si ipotizza la rigidità dei salari nominali. Ovviamente, l’ipotesi non è realistica in quanto lo stesso Keynes ammetteva che nel lungo periodo squilibri nel mercato del lavoro avrebbero causato variazioni dei salari nominali.

In un modello statico in cui il salario nominale è fisso ad un livello , il salario reale è inversamente correlato al livello dei prezzi, per cui un aumento del livello dei prezzi conduce ad una riduzione del salario reale e viceversa.

Pertanto, l’espressione analitica della curva di offerta aggregata sarà del tipo:

con

in cui K rappresenta lo stock di capitale e indica il livello della tecnologia.

Dato un sistema di riferimento cartesiano ortogonale in cui sull’asse delle ascisse si rappresenta l’offerta aggregata e sull’asse delle ordinate il livello generale dei prezzi, la curva di offerta presenta inclinazione positiva.

Un caso particolare di curva di offerta aggregata è quello in cui la produttività marginale del lavoro è costante ad un livello a, per cui la funzione di produzione ha equazione del tipo:

Q = aL

In particolare, nel testo dell’esercizio a assume valore 1,5.

La domanda di lavoro da parte delle imprese dipende dalla relazione esistente tra salario reale e produttività marginale del lavoro; infatti, se:

  • le imprese domandano una quantità nulla lavoro;

le imprese domandano una quantità infinita di lavoro.

Nel nostro caso, essendo il salario nominale fisso, la curva di offerta aggregata assume andamento perfettamente orizzontale in corrispondenza del livello dei prezzi fisso , in cui, sostituendo nella relazione i dati del quesito si ha che, l’equazione della curva di offerta aggregata è:

Pertanto, il livello della produzione e quello dell’occupazione saranno determinati univocamente dal livello della domanda aggregata.

 

 

2. La differenza fra signoraggio e imposta da inflazione

 Il disavanzo pubblico può essere finanziato in tre modi diversi:

a) con l'emissione di titoli del debito pubblico;

b) con l'aumento della base monetaria

c) impiegando parte della valuta estera detenuta dalla banca centrale.

Le modalità di finanziamento della spesa pubblica che qui ci interessano sono le prime due.

Generalmente acquirenti dei titoli del debito pubblico sono le famiglie e le imprese nazionali, gli operatori esteri, le banche nazionali ed infine la banca centrale. Nella maggior parte dei casi, però, è la banca centrale la principale acquirente dei titoli del debito pubblico (in questo caso si parla di monetizzazione del debito). Ma i debiti contratti dal Tesoro nei confronti dell'istituto centrale non sempre, o comunque non necessariamente, sono ripagati quando la banca centrale è obbligata ad acquistarli. In questi casi l'acquisto dei titoli ha solo l'effetto di aumentare la base monetaria, e dato che stampare moneta comporta un costo praticamente nullo, i governi attraverso tale strumento possono ottenere beni e servizi gratuitamente. In tali circostanze però si determina un aumento del tasso d'inflazione e quindi si può affermare che con la monetizzazione del deficit i governi finanziano  i propri acquisti di beni e servizi ricorrendo alla cosiddetta imposta da inflazione.Quest'ultima più precisamente può essere definita come le perdite in conto capitale subite da coloro che detengono moneta per effetto dell'inflazione.

Il concetto di imposta da inflazione è spesso confuso con quello di signoraggio; in realtà può accadere che le due grandezze coincidano ma i due concetti vanno sempre tenuti ben distinti. Il signoraggio corrisponde alla quota di reddito reale di cui i governi si appropriano grazie al loro potere di stampare moneta. L'aumento della base monetaria non comporta infatti alcun "costo di produzione". Così mentre la misura del signoraggio è rappresentata dal potere di acquisto della moneta che viene messa in circolazione in ciascun periodo, in formula:

        

l'imposta da inflazione invece è pari a:

 

Le due grandezze coincidono solo nel caso in cui le famiglie decidono di non cambiare l'ammontare delle proprie scorte monetarie. In questo caso infatti se assumiamo che:

ciò implica che

Se le famiglie decidono come in precedenza affermato di non mutare l'ammontare delle proprie scorte monetarie, assumiamo dunque che M/P rimanga costante, allora l'imposta da inflazione coincide con il signoraggio.

Analizziamo ora un caso in cui le due grandezze non coincidono.Supponiamo di trovarci in un sistema economico regolato da cambi fissi e che il tasso d'inflazione sia pari a zero. In questo caso l'imposta da inflazione risulta pari a zero, e il signoraggio? Supponiamo che  si verifichi una diminuzione dei tassi d'interesse nei mercati internazionali, ciò implica una riduzione anche dei tassi d'interesse interni. A sua volta la riduzione dei tassi d'interesse interni comporta  una diminuzione della velocità di circolazione della moneta (V) e quindi un aumento delle scorte monetarie reali (M/P). Le famiglie dunque accumulano scorte monetarie vendendo sul mercato delle attività finanziarie, ricevendo in cambio valuta nazionale. In tali circostanze la banca centrale incrementa le proprie scorte di valuta estera, grazie all'aumento di base monetaria che deve soddisfare a sua volta l'aumento della domanda di scorte monetarie da parte delle famiglie, mentre il governo può impiegare tali riserve per finanziare il deficit di bilancio più elevato.

Dunque in definitiva l'aumento della domanda di scorte monetarie ha comportato un trasferimento di risorse dalle famiglie allo Stato e tale aumento del potere di acquisto del governo rappresenta il signoraggio. Dunque questo è un caso in cui l'imposta da inflazione e il signoraggio evidentemente non coincidono.

 

 

 

 

* Alla formula si è arrivati supponendo di trovarsi in un regime di cambi flessibili in cui l'unica possibilità che ha il governo di finanziare il deficit pubblico è quello di creare base monetaria

e quindi si suppone che il rapporto fra il deficit di bilancio nominale e il livello dei prezz sia pari a:

 Def = (M - M-1)/P

che può essere scritto anche come

poiché M = (PQ)/V, assumendo inoltre che il Def e Q siano costanti, anche V risulta costante e quindi si avrà che:

Sostituendo ad M e M-1 nel primo termine dell'equazione del Def si ha che

Moltiplicando il lato destro dell'equazione per P-1/P-1 si ottiene che:

Tenendo conto poi che il tasso d'inflazione è pari a , e che P/P-1 = 1+, possiamo riscrivere l'equazione nel seguente modo:

 

L'equazione ci dice che in regime di cambi flessibili un deficit di bilancio comporta un processo inflazionistico che è direttamente proporzionale alle dimensioni dello stesso deficit. Inoltre l'equazione ci consente di individuare più chiaramente l'imposta da inflazione, la cui aliquota è pari a , dove è il tasso d'inflazione, mentre la base imponibile è rappresentata dalle scorte monetarie reali, M/P.

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