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Dizionario Economico
Equilibrio della bilancia dei pagamenti

Saldo algebrico tra il conto corrente (v.), il conto finanziario (v.), il conto capitale (v.) ed errori e omissioni (v.): può essere positivo o negativo. Nel primo caso si parla di avanzo della bilancia dei pagamenti; nel secondo caso si parla di disavanzo.
Il saldo algebrico tra i vari blocchi della bilancia dei pagamenti corrisponde alle variazioni delle riserve ufficiali: se la bilancia è in attivo (le entrate sono maggiori delle uscite) il paese considerato acquisirà valute estere; se la bilancia dei pagamenti è in passivo (le entrate sono inferiori alle uscite) le autorità monetarie del paese dovranno cedere riserve in modo da finanziare il deficit.
Le variabili fondamentali per l'equilibrio della bilancia, pertanto, sono:
— i prezzi dei beni, i tassi di cambio ed il reddito nazionale per quanto riguarda il conto corrente;
— il differenziale fra saggi d'interesse interni ed esterni e le variazioni attese del cambio per quanto riguarda il conto capitale.
In regime di cambi flessibili (v.) il riequilibrio dei conti con l'estero dovrebbe essere assicurato, nel lungo periodo, dalle libere fluttuazioni dei tassi e dei prezzi.
Anche in regime di cambi fissi (v.) operano comunque meccanismi automatici di riequilibrio: il movimento dei prezzi, secondo i classici (v.), ed il movimento dei redditi secondo i keynesiani (v.), assicurano automaticamente l'equilibrio del conto corrente.
Per gli autori classici, l'aggiustamento della bilancia dei pagamenti avviene in modo automatico. Il valore delle importazioni e delle esportazioni, infatti, dipende da tre variabili: il prezzo dei beni oggetto di scambio, calcolato in valuta nazionale; le quantità dei beni scambiati e il cambio fra le valute. Poiché all'epoca in cui fu elaborata questa teoria (prima metà del XIX secolo) vigeva il gold standard (v.) e vi era una notevole flessibilità dei prezzi, Ricardo (v.) e Mill (v.) giunsero alla conclusione che l'afflusso d'oro dovuto ad un avanzo commerciale, provocando un aumento della quantità di moneta nel paese, determinava anche una tendenza all'aumento dei prezzi dei prodotti del paese stesso, secondo la teoria quantitativa della moneta (v.); ciò causava una riduzione della loro capacità concorrenziale e, quindi, una diminuzione delle esportazioni e un aumento delle importazioni, che ripristinavano l'equilibrio.
Questo meccanismo, che ha dominato la teoria e la pratica del riequilibrio della bilancia dei pagamenti fino alle guerre mondiali, era ulteriormente rafforzato dalla possibilità di modificazioni del saggio di interesse deliberate dalla banca centrale (v.). Tali variazioni contribuivano a riportare in pareggio la bilancia in quanto l'aumento del saggio di interesse nel paese deficitario rispetto a quello del paese in avanzo, generava flussi compensativi di capitali dagli Stati in avanzo verso gli Stati in disavanzo; la diminuzione del saggio di interesse, in caso di surplus della bilancia, favoriva la nascita di effetti opposti.
L'abbandono del sistema aureo e l'adozione del gold exchange standard (v.) non comportò di per sé una modifica dello schema esplicativo dell'aggiustamento della bilancia dei pagamenti.
Il riesame critico dello schema tradizionale non dipese, quindi, dal diverso regime monetario, ma dall'estensione dell'analisi keynesiana ai problemi dell'economia aperta (v.) effettuata da vari economisti quali Robinson, Harrod, Metzler ed altri.
La soluzione a cui giunsero gli economisti di ispirazione keynesiana fu quella di tener conto dei movimenti nel livello del reddito nazionale causati dal commercio con l'estero.
Un avanzo delle esportazioni di un paese che abbia una situazione diversa dal pieno impiego provoca, infatti, un aumento della domanda esterna che determinerà un accrescimento dell'occupazione e dei redditi corrisposti ai fattori produttivi nelle industrie esportatrici. L'aumento del reddito in questo settore creerà una maggiore domanda globale del paese che sarà rivolta anche verso i prodotti esteri e, di conseguenza, si accresceranno le importazioni.
Così, l'espandersi del reddito nazionale, provocato originariamente da un'esuberanza delle esportazioni, comporterà un incremento di importazioni ed assumerà una funzione spontaneamente riequilibratrice della bilancia dei pagamenti.
Viceversa, in un paese nel quale sia sorta un'eccedenza delle importazioni sulle esportazioni ha luogo una diminuzione del reddito nazionale con una conseguente minore domanda globale del paese considerato. La diminuzione della domanda provocherà una riduzione delle importazioni e, quindi, anche in questo caso il movimento del reddito assumerà una funzione riequilibratrice.
Il processo di aggiustamento basato sulle variazioni nel livello del reddito presuppone, nel caso di eccedenza della bilancia, una disponibilità iniziale di risorse produttive inutilizzate (manodopera, capacità produttiva, capitali ecc.). In caso di deficit (specialmente se si tratta di un passivo considerevole), invece, il costo che il paese dovrà pagare per conseguire l'equilibrio dei suoi conti con l'estero (diminuzione del reddito e, quindi, dell'occupazione) potrà essere non sopportabile.
Per questi motivi tale teoria determinava sul piano teorico l'esigenza di un intervento economico da parte dei poteri pubblici, nell'aiutare l'equilibrio della bilancia dei pagamenti.
Tali interventi hanno luogo anche in un regime di tassi di cambio flessibili come quello vigente dal 1973, anno che segna la fine del sistema di Bretton Woods (v.). Normalmente le banche centrali dei diversi paesi acquistano o vendono valuta estera o modificano il saggio d'interesse nel tentativo di influenzare il livello del cambio, mantenendolo sopravalutato o sottovalutato (fluttuazione sporca).
Ulteriori interventi di politica economica possono mirare ad accrescere la competitività del paese mediante il ricorso a forme di protezionismo.
Il giudizio degli economisti sulla reale efficacia di questi interventi non è unanime. Per alcuni, essi attenuano le fluttuazioni dei cambi. Altri, invece, affermano che non sempre è possibile distinguere i movimenti accidentali (o speculativi) da quelli di trend, cosicché esiste il pericolo reale che interventi costanti e continuati provochino distorsioni nel sistema economico.