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Dizionario della Filosofia Politica
Politica

Il termine (—) deriva dall’aggettivo di polis (politikos), che significa tutto ciò che riguarda la città e il cittadino. E nella polis e dalla polis che è nato e poi si è sviluppato il primo pensiero politico. Infatti l’origine del pensiero politico è collegata alla razionalità dei greci che ha permesso la nascita di opere fondamentali quali La Politeia (la Repubblica) di Platone e La politica di Aristotele. Nell’opera di Platone si analizza la genesi e la struttura dello Stato, in funzione della ricerca di cosa sia giustizia e ingiustizia. Lo Stato nasce come strumento di soddisfacimento dei bisogni naturali dell’uomo, poiché l’uomo come singolo non può essere autosufficiente. Nasce in questo modo una sorta di divisione dei compiti, fondata sulle attitudini dei membri della comunità-stato. L’opera di Platone, però non definisce la (—), e attraverso la sua opera tenta di risolvere il problema del buon governo dando per scontati molti concetti legati alla (—) e quindi alla polis. In suo soccorso verrà Aristotele che invece sarà il primo che espliciterà e definirà la (—), in maniera particolareggiata, evidenziandone l’importanza, la natura, la struttura, le funzioni, con la sua opera intitolata, appunto, Politica. In tale opera Aristotele considerò non solo le diverse forme di governo (forme di costituzioni), ma analizzò buona parte di quegli aspetti ancora oggi importanti per la «cosa pubblica», come ad esempio: il Bene come fine della società e dello Stato, il concetto di cittadino, l’uguaglianza e disuguaglianza fra cittadini, la legge retta. Nei vari libri dell’opera il filosofo indica il fondamento naturale della società politica nella famiglia e nella società civile, negando però, che questo basti a creare l’ordine razionale migliore per uno Stato. Secondo Aristotele la teoria politica, fondata su una indagine obbiettiva delle varie di forme di governo storicamente attestate, è lo strumento necessario perché si possa creare uno stato in i cittadini siano tutelati nel loro vivere in comunità. Per secoli, però, il termine è stato usato solo per indicare quegli studi e quelle ricerche che avevano per oggetto il fare dell’uomo in riferimento alla «cosa pubblica» (lo Stato). Johannes Althusius, per esempio espose una teoria della «consociatio publica» (lo Stato come si intende oggi) con il titolo Politica methodice digesta (1603). Con il passare del tempo, il suo significato è stato sostituito da altri termini quali scienza politica, filosofia politica, scienza dello stato, dottrina dello stato ecc. Nell’età moderna il termine è, quindi, impiegato per indicare tutte le attività che, in qualche modo, hanno a che fare con il termine polis. Tali attività possono avere lo Stato come soggetto: il comando, il legiferare, il distribuire la ricchezza da un settore all’ altro della società; oppure lo Stato può esserne l’oggetto: il conquistare, il difendere, il rovesciare il potere statale.
L’elemento specifico della (—), intesa questa come attività umana, è il potere. Più specificamente il potere politico appartiene a quella categoria del potere di un individuo su un altro. Questo rapporto si esprime, poi in diverse forme, come ad esempio: rapporto governati-governanti, sovrano-sudditi, Stato-cittadini. Rispetto, poi al fine della (—) è da dire che se il potere politico è il potere supremo in una determinata comunità, i fini da perseguire attraverso l’opera dello stato sono considerati di volta in volta importanti per un dato gruppo sociale, che si potrebbe anche definire come come classe dominante della comunità in questione.
Ad esempio nel periodo delle lotte sociali e civili, tali fini erano la pace sociale, l’ordine pubblico, l’unità dello Stato, la concordia; in tempi in cui, invece, vi era pace, sia interna che esterna, si dava importanza alla prosperità, al benessere e alla ricerca di potenza attraverso l’espansione territoriale o economica; quando vi era una situazione di oppressione da parte di un governo dispotico, vi erano le lotte per riacquistare i diritti civili e politici; e ancora, se vi era una dipendenza da una potenza straniera l’autonomia da questa. Questo perché la (—) non ha fini stabiliti e costanti; essi sono tanti quante sono le mete che una comunità si propone secondo tempi e circostanze precise. Un fine minimo, però, della (—) è l’ordine pubblico per quanto concerne i rapporti interni e la difesa della integrità della nazione nei rapporti con gli altri Stati. E da sottolineare, ancora, che, per quanto concerne il fine della politica, questo non riguarda tutte le organizzazioni sociali, ma solo quella forma di organizzazione sociale che si regge sulll’uso esclusivo del potere coattivo.
Un altro problema da affrontare quando si parla di (—) è la morale. La (—) e la morale hanno in comune il dominio dall’agire dell’uomo, ma si distinguono per il principio di valutazione o giudizio di tali azioni. Ciò che è obbligatorio secondo la morale può non esserlo per la (—); ad esempio «non uccidere» è una massima morale, che politicamente può essere impolitica nel caso di una guerra; viceversa, mentire può essere un’ azione politicamente corretta, però immorale. La distinzione tra i due concetti fu fatta per la prima volta da Niccolò Machiavelli, il quale nella sua opera Il Principe difende e sostiene la separazione della (—) dalla morale, definendolo un problema che riguardava l’autonomia della (—). Tale autonomia è il riconoscimento che il criterio in base al quale un’azione (—) si considera buona o cattiva non è lo stesso per giudicare un’azione morale, semplicemente è necessario guardare il risultato di tale azione; se essa dà buoni risultati in campo politico è allora da considerarsi buona, viceversa non lo è. Si consideri sotto questa luce l’affermazione più famosa di Machiavelli «il fine giustifica i mezzi»: per il bene dei sudditi il Principe è autorizzato persino a mentire. Più che di (—) immorale (morale in negativo), come spesso si è inteso il pensiero di Machiavelli si deve parlare di (—) a-morale (mancanza di moralità). Essa è una moralità cosiddetta diversa in cui non vi è il dovere per il dovere, fondamento della virtù morale, ma la capacità del Principe di essere abbastanza forte e furbo per conservare il suo dominio e per far vivere bene i suoi sudditi.