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Dizionario della Filosofia Politica
Potere

In senso politico e giuridico il termine indica la capacità di un individuo di determinare la condotta di un altro individuo o gruppo e ottenerne l’obbedienza.
Platone
nella Repubblica considera il (—) estrinsecazione della conoscenza e ne affida l’esercizio ad una classe di re-filosofi, gli unici che, in quanto depositari dell’idea del bene, del vero e della virtù, sono in grado di indirizzare gli uomini (facili prede dei propri istinti e di opinioni fallaci) al bene generale. In tale ottica il (—) si legittima in quanto espressione di ordine sociale e morale.
Aristotele
respinge la concezione secondo cui il (—) si giustifica solo in base al possesso di verità categoriche da parte di prìncipi dispotici e ritiene necessario che le leggi [vedi Legge] che governano quel complesso organismo che è la società tengano conto delle diverse opinioni e dei contrastanti interessi degli uomini.
Con l’avvento del cristianesimo la concezione del (—) viene relativizzata. Nessuna istituzione sociale o politica è depositaria dei valori di verità e giustizia, che invece attengono al mondo della coscienza, perennemente tesa alla salvezza eterna. Dio informa di sé tutte le cose e l’ordine della città terrena è il riflesso dell’ordine celeste. Anche il (—) temporale di re e imperatori deriva da Dio e per questo ogni buon cristiano vi deve obbedienza.
Fu nel XVI secolo che emersero teorie politiche più realistiche sulle prerogative e le attribuzioni del (—).
Secondo Machiavelli l’ordine sociale non si fonda su equilibri prestabiliti dettati dalla legge naturale e il (—) non persegue necessariamente i fini prescritti dalla morale [vedi Etica].
Il (—) può proporsi obiettivi diversi e la sua capacità consiste nel conoscere effettivamente le forze che si oppongono alla sua estrinsecazione e nel predisporre, attraverso calcoli di utilità e valutazioni di interessi, i mezzi adeguati al conseguimento degli obiettivi prefissati.
Anche per Bodin il (—) si esprime senza condizionamenti. Nei Sei libri della Repubblica (1576) egli identifica il (—) con la sovranità dello Stato, da cui deriva l’ordine politico e giuridico.
Le tendenze assolutistiche di Bodin trovano una maggiore sistemazione nel pensiero di Hobbes. Nel Leviatano (1651) egli individua nell’attribuzione allo Stato di un (—) egemonico (politico e giuridico) la soluzione inevitabile per conferire alla realtà il giusto assetto e superare la brutalità degli uomini insita nello stato di natura. L’obbedienza che i consociati riservano al (—) dello Stato, rinunciando ai propri diritti e alle proprie libertà, è frutto di un sostanziale utilitarismo ed è volta a rendere possibile il sussistere della società civile.
La posizione di Locke, espressa nei Due Trattati di Governo (1690), denota una critica dell’assolutismo. Secondo il filosofo inglese, nello stato di natura, preesistente allo stato politico, è già possibile una vita sociale ma manca un giudice imparziale, che risolva i conflitti tra gli individui. A ciò provvede lo Stato, il cui (—) non è quindi esclusivo e incondizionato, ma persegue il mero obiettivo di garantire i diritti naturali, senza alcuna rinuncia alle proprie libertà da parte degli uomini.
Il pensiero illuminista pone l’accento sugli individui e sulle capacità di questi di dare vita a formazioni sociali stabili. Il (—) rinviene dunque il suo fondamento in un sistema contrattualistico a cui viene affidato il compito di tutelare i diritti individuali, preesistenti alla formazione dello Stato.
Per Rousseau il (—) ha la sua legittimazione nella sovranità popolare. Allo Stato viene attribuito il compito di interpretare la volontà collettiva attraverso un sistema di norme cogenti e incondizionate.
I rivolgimenti economici e sociali verificatisi nel corso del XIX secolo in seguito alla rivoluzione industriale diedero vita a numerose teorie riformiste che fondarono la legittimazione del (—) sul lavoro e sull’attività produttiva.
Secondo Saint-Simon (1760-1825) è legittimo il (—) che ha come obiettivo uno sviluppo economico della società attuato attraverso l’impiego della scienza e della tecnica.
Fourier (1772-1837) configura un (—) che, anziché reprimere o condizionare le attività sociali, intellettuali e morali degli individui, ne esalti la spontaneità e renda attraente il lavoro.
Marx
rifiuta sia le tradizionali teorie giustificative del (—), sia le diverse teorie riformiste. Egli considera il (—) lo strumento utilizzato dai padroni per ostacolare e reprimere i tentativi di emancipazione delle classi meno avvantaggiate. Allo scopo di porre fine alle discriminazioni e ingiustizie diffuse nella società divisa in classi [vedi Classe sociale] è necessario riformare completamente il sistema economico e produttivo e non limitarsi a rinvenire semplici forme di controllo delle strutture del (—).
Per Weber è fondamentale la distinzione analitica tra (—) e potenza. Potenza (Macht) è qualsiasi possibilità (indipendente dal fondamento su cui poggia) di far valere all’interno di una relazione sociale la propria volontà, anche a fronte di una opposizione. Il potere (Herrschaft) è invece la possibilità di trovare obbedienza, presso taluni, ad un comando che abbia un determinato contenuto. Fonte del (—) è la legge, a cui sono sottoposti sia coloro che devono obbedienza (i consociati), sia colui che comanda.
Nell’età contemporanea si assiste ad una sorta di colonizzazione del potere politico da parte del potere economico. La diffusione, infatti, di apparati burocratici, pubblici e privati, che assommano in sé un altissimo grado di potere politico ed economico finisce col rendere difficile la distinzione tra i confini dell’uno e dell’altro. Solitamente, chi assurge al potere politico mira ad acquisire un proporzionale grado di ricchezza e prestigio, e a loro volta questi ultimi sono utilizzati dall’individuo per accrescere il proprio potere politico.
Il (—) non si concentra più al vertice ma si atomizza nella società, passando attraverso gli individui e questa constatazione è posta da N. Luhmann (1927-1998) a fondamento della sua teoria sull’ingovernabilità.
La società contemporanea, dunque, ha dimostrato che l’affannosa apposizione di confini netti tra potere politico, ideologico ed economico, la strenua distinzione tra potere costituente e poteri costituiti e la decisa separazione [vedi Separazione dei poteri] tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario sono una mera finzione dell’età moderna.