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Dizionario Economico
Imposizione ottimale

Teoria proposta per la determinazione di un sistema di imposte che rispetti due fondamentali criteri di giustizia impositiva: quello della neutralità e quello dell'equità.
Il primo si riferisce alla necessità che l'applicazione di un'imposta non debba provocare degli effetti distorsivi sull'economia o comunque che essi debbano essere limitati; il secondo, invece, si riferisce alla circostanza che l'applicazione di un'imposta deve riservare un trattamento uguale ai contribuenti che si trovano nella stessa condizione economica o un trattamento diverso per coloro che si trovano in condizioni diverse.
Tali principi, tuttavia, sono spesso in contrasto, per cui appare difficile creare un sistema di imposte che li rispetti contemporaneamente. Così i sostenitori della teoria dell'imposizione ottimale hanno concentrato la loro attenzione sulle imposte già esistenti: quelle sul reddito e quelle sui singoli beni.
Tradizionalmente, l'equità orizzontale (v.) e l'equità verticale (v.) di un'imposta sono giudicate, dagli studiosi di scienza delle finanze, alla luce di due criteri:
— il principio del beneficio (v.), secondo cui l'imposta è equamente distribuita se è commisurata ai vantaggi arrecati dalla spesa pubblica che essa finanzia;
— il principio della capacità contributiva (v.), secondo cui l'imposta andrebbe commisurata alla capacità di ciascun contribuente di pagare l'imposta.
Il problema della neutralità dell'imposta, d'altra parte, ha particolarmente attirato l'attenzione degli economisti neoclassici (v.), né poteva essere altrimenti, vista la loro fiducia nei meccanismi allocativi del mercato. I risultati cui questi autori sono giunti sono esemplificati dal teorema di Barone (v.) sull'eccesso di pressione delle imposte: un'imposta generale (quella sul reddito) risulta più neutrale rispetto ad un'imposta specifica (v.), ed un'imposta in somma fissa (a parità di gettito) risulta più neutrale di un'imposta generale. Inoltre, la tassazione di beni a domanda rigida è più neutrale rispetto all'imposizione su beni a domanda elastica.
Questo filone di ricerca sulla neutralità dell'imposta è stato progressivamente abbandonato a partire dal secondo dopoguerra:
— perché il criterio della neutralità sottovaluta il problema della redistribuzione delle risorse;
— perché, in molti casi, fine ultimo della politica tributaria non è più il semplice reperimento di risorse, ma quello di incidere sulle scelte individuali (ad esempio scoraggiando alcuni consumi).
A partire dagli anni Ottanta, però, alcuni autori hanno ripreso il tema dell'imposizione ottimale concentrandosi, in particolare, sulle imposte sul reddito e su quelle specifiche.
Secondo Brown e Jackson, ad esempio, l'imposizione ottimale del reddito potrebbe essere garantita da un'imposta progressiva (v.) per detrazioni.
Lo schema teorico che conduce a tale conclusione ipotizza che:
esistono due individui, uno ricco, l'altro povero con diverse preferenze tra il tempo libero e il reddito;
esistono due soli beni, uno dei quali è composito l'altro è rappresentato dal tempo libero;
l'offerta di lavoro si riduce, se il salario diminuisce a seguito dell'introduzione dell'imposta.
Confrontando gli effetti che l'imposta genera sul reddito e sul benessere dei due individui, gli ideatori dello schema sostengono che: il reddito totale è diminuito ma sia la sua distribuzione sia quella del benessere appare più equa.
Addirittura, gli effetti possono essere valutati ancora più positivamente se si considera l'aumento del tempo libero.
Ciò, secondo molti, dipende dalla circostanza della elevata elasticità dell'offerta di lavoro rispetto al salario ipotizzato, che, inoltre, rende non neutrale il tipo di imposta ipotizzato. Essa, infatti, distorce le scelte degli individui a favore del tempo libero.
L'imposizione ottimale dei beni potrebbe essere, invece, garantita da un sistema di imposizione differenziato variando cioè l'aliquota d'imposta a seconda della elasticità della domanda (v.) del bene, rispetto al suo prezzo. Ciò, appare importante, soprattutto, in relazione al legame che esiste tra l'eccesso di pressione (v. Pressione tributaria) e l'elasticità della domanda di un bene. Se scopo di un'imposizione ottimale è quello di evitare la perdita di benessere sociale appare ovvio che essa debba contenere l'eccesso di pressione. Ciò può essere realizzato attraverso aliquote di imposta che provochino una riduzione nella quantità consumata uguale per tutti i beni.


Efficienza ed equità dei tributi


Si consideri il seguente grafico a) che riporta gli effetti dell'introduzione di un tributo sugli scambi. Come si vede, la curva dell'offerta si sposta verso sinistra (da S a S1) il tributo, cioè, equivale ad un aumento dei costi di produzione pari ad AB. Questo spostamento della curva d'offerta provoca una riduzione nelle quantità scambiate a BC.
Consideriamo ora le conseguenze globali dell'allontanamento dall'equilibrio causato dal tributo. Anzitutto, è chiaro che, a seguito del tributo, i consumatori comprano di meno (q2 è minore di q1) e pagano di più (p2 è maggiore di p1), mentre i produttori vendono di meno e ad un prezzo inferiore (p3 è minore di p1). Quindi, possiamo senz'altro concludere che il benessere di entrambi è diminuito: in gergo economico, si dice che il tributo ha creato una perdita di efficienza.
Naturalmente, questa conseguenza negativa dei tributi è inevitabile; tuttavia, si può agire in modo da ridurla il più possibile. Idealmente, sarebbe auspicabile concepire un tributo con una perdita di efficienza minima, ma, di fatto, nel caso dello scambio un tributo del genere esisterebbe solo in presenza di beni a domanda assolutamente verticale, come quello del grafico b). Vediamo perché.
In caso di domanda verticale, la quantità scambiata non si modifica ed il prezzo percepito dai produttori rimane inalterato; quindi il tributo non causa perdite di benessere ai produttori. Nondimeno, il prezzo pagato dai consumatori aumenta, causando loro una diminuzione di benessere. Però, bisogna considerare che l'introito acquisito dallo Stato può essere speso da questo in modo da compensare la perdita di benessere sopportata dai consumatori. Se lo Stato, per ipotesi, restituisse la somma incassata ai cittadini, il benessere di questi ultimi resterebbe invariato, o, alternativamente, se lo Stato spendesse questa somma per realizzare un servizio pubblico, la soddisfazione che i cittadini trarrebbero sarebbe esattamente eguale alla perdita di benessere subita. Di conseguenza, il benessere collettivo dopo il tributo è sostanzialmente invariato; la perdita di efficienza è zero.
Possiamo dunque trarre la seguente conclusione: al fine di minimizzare le perdite di efficienza, lo Stato deve imporre tributi sullo scambio di quei beni la cui domanda è perfettamente verticale (o comunque il più possibile vicina ad esserlo), perché in nessun altro caso la somma riscossa dallo Stato eguaglia esattamente la perdita di benessere dei cittadini.
Purtroppo è possibile formulare una critica fondamentale contro l'opportunità di utilizzare tributi efficienti. È chiaro che i beni a domanda verticale o quasi sono beni di cui c'è un bisogno assoluto o quasi; essi sono beni di prima necessità, come la benzina. È dunque probabile che questi beni siano consumati proporzionalmente di più dagli strati poveri della popolazione, per i quali la spesa in beni necessari rappresenta una fetta assai consistente delle spese complessive. Se ne deduce che i tributi efficienti sono con tutta probabilità iniqui, nel senso che gravano maggiormente sui meno abbienti.
Si badi che il concetto di equità che utilizziamo qui non si riferisce al principio secondo cui i tributi non devono discriminare in base a criteri non valutabili economicamente (sesso, razza, religione ecc.): quello era un concetto di cosiddetta equità orizzontale.
L'equità orizzontale impone al sistema fiscale di trattare in modo eguale soggetti dalle caratteristiche (economicamente rilevanti) eguali.
Qui richiamiamo un concetto di cosiddetta equità verticale. L'equità verticale impone al sistema fiscale di svolgere un ruolo redistributivo dai ricchi ai poveri, applicando tributi crescenti al crescere della capacità contributiva.
La distinzione è importante perché tributi come le imposte indirette sulla benzina sono assolutamente equi da un punto di vista orizzontale, ma presumibilmente non lo sono da un punto di vista verticale: le due forme di equità non necessariamente si riscontrano contemporaneamente.
In conclusione, possiamo sostenere che tanto l'efficienza quanto l'equità verticale sono criteri importanti per tutelare il benessere della collettività. Quindi, un sistema tributario ideale dovrebbe essere composto di tributi che rispettano tanto l'efficienza quanto l'equità.
Purtroppo, come l'esempio dei beni a domanda verticale suggerisce, i due criteri sono spesso in conflitto fra loro, e quindi trovare un compromesso non è sempre facile. In effetti, l'efficienza e l'equità agiscono in direzioni opposte: porre un tributo su un bene come il salmone affumicato o le macchine di grossa cilindrata è opportuno sul piano dell'equità, ma è sicuramente molto inefficiente, perché la domanda di questi beni è tutt'altro che verticale.