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Dizionario della Filosofia Politica
Repubblicanesimo

Si definisce (—) quella teoria politica secondo cui la libertà è nell’assenza di dominio. La sua matrice è, infatti, il termine res publica (in latino «cosa pubblica»), cioè il bene comune del popolo, inteso come un’aggregazione di individui uniti dal rispetto delle leggi e dal consenso nei confronti di chi governa, che garantisca la libertà e la partecipazione dei cittadini alla politica. In particolare ci si riferisce alla res publica ciceroniana, che ha come elementi distintivi l’interesse comune e il consenso ad una legge comune.
Il concetto di (—) nasce a Firenze durante l’umanesimo civile con Coluccio Salutati (1331-1406) e Leonardo Bruni (1370-1444), tuttavia con l’età moderna il (—) conobbe un arricchimento, in particolar modo con Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini. Per il primo il modello a cui ispirarsi è Roma, per il secondo è Venezia.
Per Machiavelli l’ordine romano faceva sì che ogni cittadino potesse esprimere liberamente ciò che pensava a proposito di cosa fosse bene per la repubblica stessa: dunque tutti potevano partecipare alle decisioni pubbliche. Il mito della Serenissima ebbe altri proseliti, tra cui Donato Giannotti (1492-1573) e Gaspare Contarini (1483-1542).
In Inghilterra la dottrina repubblicana ebbe i suoi principali teorici in James Harrington (1611-1677), John Milton (1608-1674) e Algernon Sidney (1622-1683), i quali ebbero come modello repubblicano la Sparta degli efori.
Harrington scrisse La Repubblica di Oceana nel 1656, vale a dire durante il periodo del protettorato repubblicano di Oliver Cromwell (1649-1658). Egli sosteneva, a differenza di Machiavelli, che un’assemblea troppo tumultuosa potesse generare anarchia, come era successo per Atene e per Roma. Il contributo ulteriore di tale autore sta nell’aver dato una base economica al (—), poiché egli argomenta che il perdurare di una forma di governo dipende dalla distribuzione della proprietà privata.
Nel ’700 Rousseau non ammette né la rappresentanza né il discorso pubblico: la volontà generale si doveva formare in silenzio, in modo da far stare la stessa al riparo del potere persuasivo della discussione.
Tutte queste dottrine hanno però come modello una repubblica piccola, che consente una democrazia diretta [vedi Democrazia]. Il significato del (—) cambiò con la Rivoluzione americana e quella francese e si pose così il problema di una repubblica in un territorio esteso: la tradizione del (—) sembrò coincidere con la democrazia rappresentativa.
Attualmente la discussione sul (—) è ripresa con molto vigore, soprattutto per il rinnovato interesse da parte dei filosofi anglofoni. Vero è che sotto il termine (—) vengono poste tradizioni filosofiche molto diverse tra loro, quali il comunitarismo e il liberalismo. Ma anche della stessa teoria troviamo delle differenze concettuali. C’è chi come John Pocock fa risalire le origini del pensiero repubblicano ad Aristotele e alla sua concezione dell’individuo come zoon politikon, vale a dire come animale sociale che trova la sua realizzazione soltanto nel partecipare alla vita politica, e la repubblica a sua volta rappresenta il bene comune. Propria di questa interpretazione è la concezione di libertà positiva. Per Pocock c’è una linea che collega Aristotele, Machiavelli e i teorici repubblicani inglesi.
Altri ritengono un errore far risalire al filosofo greco la derivazione del (—). Tra questi vi è Quentin Skinner, il quale sostiene che il pensiero italiano del XIII secolo, prima quindi della ricezione delle opere di Aristotele, avesse già elaborato un’ideologia repubblicana.
Secondo questa teoria l’uomo non trova realizzazione esclusivamente nella partecipazione politica, che diventa solo un mezzo per difendere la libertà. Quest’ultima non è solo libertà positiva, ma anche libertà negativa, intesa come assenza di impedimenti. In quest’ottica il governo repubblicano non è considerato il fine ultimo, bensì il mezzo per vivere liberamente e senza costrizioni.