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Dizionario Economico
Keynes, John Maynard (vedi foto)
(Cambridge, 1883 - Firle Beacon, 1946)

Economista inglese. Figlio di John Neville (professore di economia a Cambridge) e di Florence Ada Brown (che fu anche sindaco della piccola città universitaria), studiò ad Eton e poi al King's College di Cambridge dove si laureò nel 1905. L'anno seguente entrò nell'India Office, dove rimase fino al 1908, quando tornò a Cambridge grazie a una borsa di studio offertagli da A. Pigou (v.). A soli 28 anni divenne direttore dell'Economic Journal, carica che mantenne per tutta la vita, e nel 1913 diede alle stampe il suo primo libro di economia (Indian Currency and Finances), un'attenta analisi dei pregi e dei difetti del gold standard (v.). Dello stesso periodo è il suo sodalizio con quel gruppo di artisti ed intellettuali, tra cui Virginia Woolf e Vanessa Bell, noto come circolo di Bloomsbury, prova di una personalità poliedrica e versatile. Al termine della prima guerra mondiale fece parte della delegazione britannica alla Conferenza per la pace di Parigi; tuttavia, il suo dissenso per il modo in cui venivano condotte le trattative lo portò ad abbandonare i lavori. Tornato in patria scrisse Le conseguenze economiche della pace, libro dai toni estremamente polemici in cui i vincitori del conflitto, tratteggiati come vendicativi e poco lungimiranti, venivano accusati per l'eccessiva durezza delle riparazioni imposte alla Germania. Questa, profetizzava l'economista, nel tentativo vano di pagare il dovuto, avrebbe subito un dissesto economico di dimensioni tali da ripercuotersi negativamente su tutta l'Europa.
Negli anni seguenti Keynes si interessò sempre più di problemi monetari, pubblicando libri in cui si contestava la decisione della Gran Bretagna di ritornare ad un gold standard puro (La riforma monetaria, 1923). Tali riflessioni sfociarono, nel 1930 nel Trattato sulla moneta, cui Keynes lavorò dal 1926 al 1930. Nell'opera l'economista inglese fornisce il primo motivato rifiuto della legge degli sbocchi (v.) di Say (v.) e lo basa sulla distinzione fra decisioni di risparmio e decisioni di investimento. Queste dipendono, infatti, da gruppi sociali diversi (le famiglie e gli imprenditori): esiste, quindi, la possibilità che queste decisioni non siano compatibili fra loro, tanto più che queste due grandezze sono funzione di due variabili diverse (il reddito per quanto riguarda il risparmio, il saggio d'interesse per gli investimenti). Viene così a mancare l'anello di congiunzione fra domanda ed offerta di risparmio che i neoclassici (v.) avevano individuato nel saggio d'interesse. Se gli investimenti superano i risparmi, si avrà una tendenza inflazionistica; nel caso contrario, il sistema conoscerà una fase di recessione. L'uguaglianza tra le due grandezze, allora, sarà vera solo a livello contabile, tenendo conto delle scorte involontarie.
L'indipendenza fra risparmi e investimenti permette, inoltre, a Keynes di avanzare una nuova ipotesi sulle origini dell'inflazione (v.): per i neoclassici, in particolare per Fisher (v.), l'inflazione non è altro che un semplice aumento dei prezzi monetari (in omaggio alla dicotomia neoclassica (v.) fra fenomeni reali e fenomeni monetari) con casuali redistribuzioni di reddito fra le classi sociali. Per Keynes, invece, l'inflazione nasce da un eccesso della domanda sull'offerta ed ha la precisa funzione di finanziare gli investimenti progettati.
Il Trattato non fu accolto favorevolmente negli ambienti accademici: troppo grande era ancora la fiducia nel mercato. Ben altra risonanza, invece, ottenne la Teoria Generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta (1936), anche perché le condizioni economiche erano ben altre: la Grande Crisi (v. Giovedì nero) aveva ormai raggiunto il suo apice e la legge di Say trovava una confutazione evidente nei 13 milioni di disoccupati americani. Keynes si rese conto, allora, che in un sistema economico moderno le variabili monetarie non reagiscono subito ad una situazione di squilibrio; al contrario, sono le variabili reali che reagiscono per prime, poiché il sistema dei salari è rigido verso il basso. È questa la novità di maggior impatto nell'analisi keynesiana: anche supponendo che sia valida l'ipotesi neoclassica di un mercato del lavoro perfettamente concorrenziale, niente assicura il raggiungimento di un equilibrio di piena occupazione (v.).
Se, infatti, la domanda (Nd) e l'offerta (Ns) di lavoro sono funzione del salario (v.) reale W/p, è anche vero che la contrattazione fra sindacati ed imprenditori riguarda solo il salario nominale w, mentre il livello generale dei prezzi p è determinato fuori dal mercato del lavoro. Gli imprenditori, inoltre, regolano la domanda di lavoro sulla base delle previsioni sul trend della domanda (v.) effettiva E: se questa non è abbastanza elevata da garantire la piena occupazione N*, come spesso accade, si creerà un equilibrio di sottoccupazione (v.) come quello descritto nella figura in cui, nonostante il mercato del lavoro sia in equilibrio, esiste una disoccupazione involontaria U costituita da tutti coloro che al saggio del salario reale w/p non trovano lavoro.
L'insufficienza della domanda effettiva è resa possibile dalla circostanza che non tutto il reddito guadagnato dai soggetti viene speso, in quanto una parte di esso è destinata al risparmio. La trasformazione in investimenti, al contrario di quanto afferma la scuola neoclassica, che confida, in questo senso, nel meccanismo equilibratore delle variazioni del saggio d'interesse, non diventa, tuttavia, automatica. Secondo Keynes, infatti, l'ammontare del risparmio non varia sostanzialmente al variare del saggio d'interesse, né questo dipende dall'ammontare del reddito risparmiato. Il saggio d'interesse, inoltre, è notevolmente stabile mentre, al contrario, la domanda di risparmio a fini d'investimento è largamente influenzata dalle previsioni circa il futuro che, ovviamente, sono sempre molto incerte.
Quindi, se la piena occupazione delle risorse non è la posizione di equilibrio alla quale il sistema tende, si pone la questione di individuare i fattori dai quali dipendono i livelli di occupazione e di reddito. A ciò, appunto, è tesa la teoria di Keynes che, attraverso il principio della domanda effettiva, espone un quadro sintetico delle variabili da cui dipende il livello di occupazione e il livello del reddito e le loro interconnessioni.
A questo punto subentra la seconda profonda innovazione keynesiana: la determinazione del saggio d'interesse non avviene, come per i neoclassici, nel mercato dei capitali ma nel mercato della moneta (v. Preferenza per la liquidità), dall'incontro fra l'offerta e la domanda di moneta (transazionale, precauzionale e speculativa). Ma, soprattutto, nella Teoria Generale Keynes coglie l'essenza di una moderna economia: la circolazione delle merci è mediata dal denaro, non è affidata al baratto (v.). Nel momento in cui gli operatori preferiscono tesaurizzare la liquidità a loro disposizione, si crea una disarticolazione fra reddito e spesa, fra risparmio ed investimento, fra domanda ed offerta aggregate (v. Trappola della liquidità). In questo caso, qualsiasi politica monetaria espansiva si rivela inutile: l'unica possibilità per portare il reddito al livello di piena occupazione è data, attraverso il meccanismo del moltiplicatore (v.), da una politica di investimenti pubblici.
Dopo la Teoria, nel 1940 Keynes pubblicò ancora Come finanziare la guerra in cui proponeva di evitare le pressioni inflazionistiche (v. Inflazione da domanda) dovute all'economia di guerra (v.) convertendo parte della busta paga in prestito pubblico. Al termine del conflitto, benché già gravemente malato, ebbe un ruolo fondamentale nelle discussioni che portarono agli accordi di Bretton Woods (v.), anche se al suo piano (v. Piano Keynes) fu preferito quello proposto dagli USA.
Si spense nel 1946 nella sua casa nel Sussex.
L'influenza di Keynes (in particolare della Teoria Generale) sul pensiero economico contemporaneo è stata eccezionale. Va però anche sottolineato che l'approccio dell'economista, pur essendo rivoluzionario, ha lasciato molte questioni senza risposta. Non manca, inoltre, chi, nel pensiero keynesiano, riscontra contraddizioni che imputa alla sua asistematicità o all'urgenza di elaborare una teoria capace di dare risposte pratiche ai quesiti posti dalla Grande Crisi.
Nel corso degli anni la dottrina di Keynes è stata perfezionata e raffinata, forse anche al di là delle sue stesse intenzioni. Già pochi mesi dopo la pubblicazione della Teoria, Hicks (v.) e Hansen (v.) ne elaboravano una versione, divenuta poi celeberrima come modello IS-LM (v.), in cui l'offerta di moneta è esogena, rivalutando, così, parte dell'analisi neoclassica. Nasceva in tal modo quella che i cultori dell'ortodossia keynesiana (J. Robinson, Kaldor ecc.) hanno definito keynesismo bastardo (v.). Se si considera che alle originali intuizioni dell'economista di Cambridge non corrispose una solida sistemazione teorica, si comprende perché tra le fila dei keynesiani (v.), possono trovarsi affiancati economisti come Minsky e Modigliani (v.), Tobin (v.) e Samuelson (v.).