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Dizionario della Filosofia Politica
Socialismo

Insieme delle dottrine e dei movimenti che propugnano un sistema sociale ed economico fondato sugli interessi del corpo sociale e in cui siano garantiti i diritti di tutti i cittadini.
Il (—) nella sua accezione più vasta appare ricorrente nella storia del pensiero politico. Già nella «città ideale» di Platone è possibile intravedere una forma larvata di (—). Tuttavia in senso proprio il pensiero socialista è espressione dell’epoca contemporanea: si pensi alla «congiura degli eguali» di Babeuf nella Francia rivoluzionaria. Nell’ambito del (—) rientrano, inoltre, le teorie e l’attività di una serie di personaggi che hanno operato lungo il corso del XIX secolo, quali Robert Owen, Charles Fourier, Claude-Henri de Saint-Simon, Louis-Auguste Blanqui, Louis Blanc e Pierre-Joseph Proudhon. Pur nella diversità degli approcci, tali autori sono solitamente raggruppati all’interno del cosiddetto «socialismo utopistico».
Ad esso si contrappone il «socialismo scientifico» di Karl Marx e Friedrich Engels. I due pensatori indicarono nel proletariato il soggetto della trasformazione sociale da compiere attraverso la lotta di classe. Essi individuarono nel capitalismo delle contraddizioni interne, che ne avrebbero determinato il «crollo».
Nel XIX secolo il (—) si organizzò sulla base di partiti gerarchicamente organizzati. Il prototipo fu il Partito socialdemocratico tedesco (1875), cui seguì la fondazione di partiti socialisti in Francia (1880), in Italia (1892), in Russia (1898) e in altri paesi. Malgrado una precoce vocazione internazionalista (la Prima Internazionale è del 1864), il (—) europeo sembrò adottare una forma di organizzazione e di azione politica centrata sul contesto nazionale. Nel 1889 tuttavia sarà data vita alla Seconda Internazionale, la quale è ancora oggi esistente.
Dalle originarie premesse rivoluzionarie, una parte del (—) alla fine del XIX secolo si orientò su posizioni riformiste. In tal senso operò il «revisionismo» di Eduard Bernstein (1850-1932), il quale cercò di giustificare teoricamente l’operato del partito socialdemocratico tedesco all’interno di un quadro di collaborazione tra le classi.
L’adozione di misure legislative in campo sociale, adottate da molti governi, privò i partiti socialisti di una delle loro spinte propulsive.
L’impronta teorica di Lenin e la rivoluzione d’ottobre (1917) segnò la rottura definitiva tra (—) e comunismo. La Terza Internazionale (1919), di impronta comunista, bollò addirittura i partiti socialisti come «socialfascisti». Solo dopo l’avvento di Hitler (1933) fu proposta la politica dei «fronti popolari», costituiti dall’allenza tra socialisti e comunisti. Ciò permise, nel 1938, la vittoria alle elezioni politiche del «Fronte popolare» in Spagna e in Francia.
L’esperienza del (—) alla fine della seconda guerra mondiale (1945) si svolge, da un lato, con il rifiuto delle esperienze del cosiddetto «socialismo reale», dall’altro con una progressiva «socialdemocratizzazione». Dopo alcune esperienze prima della guerra, i partiti socialisti sono arrivati ripetutamente al governo in diversi paesi europei, nell’ambito di un contesto democratico e rappresentativo. La conseguenza dell’avvento al potere di tali partiti è strettamente legata alla nascita del Welfare State («Stato del benessere»).
Agli inizi degli anni ’80, la crisi del Welfare e l’inizio di una fase politica improntata al liberalismo e al conservatorismo sembrava aver messo in crisi il (—) europeo. A partire dalla metà degli anni ’90 si è registrato però un segno inverso: tant’è che nel 2000 un partito socialista (o un partito dell’Internazionale socialista) guida il governo (o ne è parte integrante) in Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e in altri paesi europei.