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Dizionario della Filosofia Politica
Stato

Quello di (—) è uno dei concetti basilari della politica e del diritto, su cui si sono scritte pagine fondamentali del pensiero umano. Lungi dal poterne ricostruire l’intera vicenda, cercheremo di fissare alcuni concetti-chiave e ricordare talune tappe fondamentali.
La prima puntualizzazione da fare risiede nel fatto che il termine (—) appare riferibile a quell’organizzazione politica che nasce e si afferma in Europa a partire dal XV secolo, in base a un processo storico che porta alla creazione dello (—) assoluto. Non appartengono, pertanto, a tale campo di analisi le altre esperienze politico-organizzative che hanno caratterizzato le diverse società umane: dalla pólis greca ai comuni medievali, per indicare solo due esempi.
Lo (—) nasce tra il XV e il XVI secolo, allorquando scompare la pluralità di poteri che aveva caratterizzato il Medioevo e che aveva dato vita al feudalesimo, a favore di un’autorità politica centrale rappresentata dal sovrano, che acquisisce il «monopolio dell’uso legittimo della forza» (Max Weber), al quale si accompagna un processo di forte centralizzazione burocratica. Tale evento ha il suo centro nelle monarchie nazionali (Inghilterra e Francia, in un primo momento, la Spagna successivamente). Il potere centrale del monarca si sostituisce alle due tradizionali autorità medievali (impero e chiesa) e si impone successivamente ai corpi intermedi (ceti, nobiltà, parlamenti).
L’autorità dello Stato, vale a dire la sovranità, si afferma sia all’interno, sia all’esterno. In questo secondo ambito si realizza la nascita del diritto internazionale, sanzionata dalla pace di Westfalia (1648), che pose termine alla guerra dei trent’anni.
Un approccio interessante alla tematica dello (—) è ripercorrere la nascita e lo sviluppo della parola (—). L’origine del termine risiede nel latino status (dal verbo stare), ed infatti è ricorrente fin dall’antichità l’espressione status reipublicae.
Nella lingua italiana (—) trova uno dei suoi primi utilizzi (se non il primo). Niccolò Machiavelli lo usa proprio nella prima pagina de Il Principe (1512): «Tutti gli stati, tutti i dominj che hanno avuto, ed hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati». In realtà lo stesso Machiavelli utilizza altri termini per indicare lo (—) (dominium, ad esempio), ma è indubbio il merito del segretario fiorentino di aver enucleato il concetto di (—), suddividendolo poi in specie (monarchia e repubblica).
Allorquando, qualche decennio dopo, Jean Bodin scrive i Sei libri della Repubblica (1576), utilizza appunto la parola république. L’altro grande teorico dello (—) moderno, Thomas Hobbes, utilizza invece il termine Common-Wealth, oltre a quello di State.
Tuttavia non vi è alcun dubbio che i due pensatori si riferiscano al moderno concetto di (—). Scrive Bodin: «La Repubblica è un governo giusto di più nuclei familiari e di ciò che è loro comune, con potere sovrano». Ed è infatti la sovranità, vale a dire il «potere assoluto e perpetuo», la caratteristica fondamentale dello (—).
È evidente che l’enucleazione del concetto di (—) e delle sue caratteristiche sono strettamente legate alle vicende della formazione storica dello (—) moderno.
Sotto l’aspetto istituzionale è possibile distinguere uno (—) pre-moderno, il cosiddetto (—) dei ceti. In un lungo processo iniziato nel XII secolo il potere del sovrano si estende da un punto di vista territoriale, fondandosi sul consenso dei sudditi organizzati per ceti, rappresentati da assemblee consultive che hanno poteri in campo fiscale.
Tuttavia in questo scenario una serie di fattori quali l’indebolimento progressivo di impero e papato, le guerre di religione, la necessità di aumentare la pressione fiscale produce delle trasformazioni lente (ma inesorabili) che portano verso lo (—) assoluto. In esso, ad una gerarchizzazione della struttura sociale e alla preminenza del sovrano, si accompagna la centralizzazione dell’amministrazione, che si impone ai comuni e ai feudi. Lo sviluppo dello (—) assoluto si completa con la costruzione di un esercito permanente, la crescita degli apparati fiscale, burocratico e giudiziario.
Ed è in questo processo che si inseriscono le riflessioni teoriche menzionate. Bodin scrive durante le guerre di religione che hanno insanguinato la Francia (la notte di San Bartolomeo è del 1572). La riflessione dell’autore dei Sei libri della Repubblica è fortemente condizionata (se non motivata) dalla necessità di un forte governo centrale, che possa porre termine ai contrasti religiosi. Per superare la frammentazione politica a cui assiste, Bodin indica come «dovrebbe essere» la république, cioè lo (—) detentore del potere supremo di fare le leggi, affermando così la natura del diritto pubblico statale, il quale prevale sulle prerogative dei corpi intermedi.
Hobbes pubblica il Leviatano (il cui titolo completo è Leviathan on The Matter, Form and Power of a Common-Wealth Ecclesiatical and Civil) nel 1651, quando cioè l’Inghilterra si trova a vivere forti contrasti politici e religiosi. Il filosofo inglese inserisce la sua riflessione all’interno di una rigorosa costruzione razionale: l’uomo è un corpo naturale che produce corpi artificiali. Tra questi vi è lo (—). Per porre termine al bellum omnium contra omnes («guerra di tutti contro tutti») si rende necessaria la stipulazione di un patto sociale, da cui nasce lo Stato, rappresentato come un «potere che non ha rivali sulla terra»: il mostro Leviatano. Non casualmente in un’opera successiva, Behemoth (comparsa postuma nel 1682), Hobbes indica nell’omonimo mostro terrestre i nemici dello (—): il fanatismo e l’anarchia.
Con Hobbes si compie il passaggio verso l’impersonalità dello (—), il Leviatano è infatti una macchina regolata dalle leggi, i cui poteri gli derivano da quel patto, la cui funzione primaria è proprio la garanzia della sicurezza e della pace.
È quindi evidente anche per il filosofo inglese quella stretta relazione tra la riflessione teorica e la concreta realizzazione storica dello (—).
Dopo questo percorso la nozione di (—) appare stabilmente entrata nella cultura politica occidentale. Le sue successive aggettivazioni non potranno prescindere dalle premesse teoriche poste da Bodin e da Hobbes tra il XVI e il XVII secolo.
Il passaggio successivo, realizzatosi concretamente con lo (—) costituzionale-rappresentativo, prodotto dalle Rivoluzioni settecentesche in America e in Francia, costituisce il proseguimento del precedente percorso. Una volta stabilita l’autofondazione dello (—), che non trova legittimazione in alcuna forza esterna, si assiste a uno spostamento dei poteri dal monarca a favore del popolo.
Tra il secolo XVIII e il secolo XIX le teorie illuministe si intrecciano alle realizzazioni concrete realizzate dai rivoluzionari francesi e americani, i quali nell’intento di lasciarsi alle spalle l’ancien régime, redassero delle costituzioni scritte [vedi Costituzione].
Il Leviatano diventa così lo (—) democratico [vedi Democrazia], in cui il detentore del potere è tenuto al rispetto del patto [vedi Contrattualismo] con i contraenti.
Alla fine di questo rapido percorso un interrogativo può porsi: è ancora valido il concetto di (—)? In realtà al momento appare difficile rispondere a questa domanda. Tuttavia non si può fare a meno di notare come lo (—) al quale siamo stati a lungo abituati attraversi una fase di cambiamento, dilaniato, da un lato, dalle spinte verso l’alto che si indirizzano verso forme di collaborazione federativa o pseudofederativa (come l’Unione Europea) e spinte verso il basso, in cui si mescolano interessi particolari, regionalismi veri o presunti, velleità autonomistiche (se non indipentistiche). Tutto ciò produce una sfida al quale lo (—) è chiamato a rispondere o a subire irrevocabili future trasformazioni.