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Dizionario Economico
Liberismo

Dottrina economica che, proponendo il principio della libera concorrenza, si oppone all'intervento dello Stato in economia.
Il liberismo, o politica del laissez faire, assunse una formulazione organica grazie all'opera di A. Smith (v.) per il quale un ordine economico può realizzarsi solo attraverso il libero esplicarsi delle iniziative individuali. Il liberismo trova la sua giustificazione nella legge di Say (v. Legge degli sbocchi) secondo la quale l'offerta crea la propria domanda e il sistema economico, lasciato a se stesso, tende automaticamente all'allocazione ottima delle risorse.
In opposizione sia ad una politica dirigistica (v. Dirigismo) che collettivistica (v. Collettivismo), dunque, il liberismo si faceva promotore di tre fondamentali principi:
la difesa della proprietà privata quale base giuridica della struttura economica;
l'incoraggiamento della libera iniziativa come fattore imprescindibile del progresso tecnico ed economico;
la difesa della libera concorrenza come meccanismo regolatore delle relazioni economiche.
L'indirizzo liberista, adottato quasi ovunque in Europa nella prima metà del secolo scorso, fu però abbandonato nell'Europa continentale fra il 1860 ed il 1870. I paesi che si affacciavano con un relativo ritardo sulla scena dell'economia mondiale, infatti, si resero conto che un'adozione indiscriminata del principio liberista li avrebbe inevitabilmente danneggiati o, almeno, ne avrebbe ritardato il decollo. Si sviluppò così un dibattito teorico in cui i fautori di un protezionismo (v.) limitato si basarono su considerazioni di carattere economico e politico, sostenendo che il libero scambio tra un paese ricco e altamente sviluppato e un paese povero e privo di industrie conduceva ad una specializzazione disastrosa per il secondo.
La sua economia, infatti, non sarebbe stata in grado di reggere la concorrenza del paese industrializzato sia per mancanza di capitali sia per il know-how (v.) limitato: sarebbe stato dunque costretto ad esportare materie prime non lavorate e ad importare macchinari e prodotti finiti, senza poter imboccare la strada di uno sviluppo economico stabile.
Queste considerazioni portarono all'introduzione di dazi protettivi in Europa (con la sola eccezione della Gran Bretagna e della Scandinavia) e negli Stati Uniti: l'innalzamento delle tariffe doganali verso la fine del secolo scorso rappresentò, comunque, un fenomeno limitato sia nel tempo sia in livello assoluto (si pensi che soltanto dopo il Kennedy Round del GATT (v.) i dazi dei paesi industrializzati tornarono al livello del 1913).
L'età d'oro del liberalismo fu bruscamente interrotta dallo scoppio della Prima guerra mondiale: le necessità dell'economia di guerra (v.) portarono a forme sempre più estese di intervento pubblico nell'economia. D'altra parte, cessato il conflitto, i tentativi di riproporre la filosofia liberista naufragarono a seguito della crisi del 1929 (v. Giovedì nero): in una situazione economica e sociale insostituibile per gran parte della popolazione, venne meno la fiducia nelle capacità di autoregolamentazione del mercato. Di conseguenza, sul piano interno gli Stati adottarono politiche di sostegno all'occupazione di stampo keynesiano mentre il commercio internazionale fu sottoposto a numerosi vincoli e condizionamenti pubblici.
Negli Stati autoritari e totalitari dell'Europa Occidentale (Germania, Italia, Spagna ecc.) la polemica con il liberismo si appoggiò ad ideologie nazionalistiche (cd. nazionalismo economico), giungendo ad esaltare l'autarchia (v.) come sinonimo di indipendenza.
La fine del secondo conflitto mondiale ha visto il rinascere dell'idea liberista, sia pure su basi nuove rispetto a quella di matrice classica; il neo-liberismo non sostiene più, infatti, che le spese statali debbano essere limitate ai soli settori della difesa, della giustizia e dell'ordine pubblico ma, in contrapposizione dialettica con i fautori del Welfare State (v.), ritiene che lo Stato debba intervenire solo nei casi di evidente fallimento del mercato (v.). È, soprattutto, sul piano dei rapporti commerciali internazionali che il neoliberismo si è imposto con maggior forza: organismi internazionali quali il GATT (v.) o il FMI (v.), infatti, hanno favorito la stipula di accordi multilaterali di libero scambio e l'abbattimento dei dazi doganali.