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Dizionario Economico
Oligopolio

Forma di mercato (v.) in cui poche imprese di grandi dimensioni sono strategicamente collegate fra di loro.
In essa, cioè, dato il numero limitato delle imprese, nessuna potrà prendere una decisione senza cercare di prevedere le reazioni che il suo comportamento provocherà nelle rivali.
Ciò significa che l'impresa oligopolista, al contrario di quelle monopolistiche (v. Monopolio) e di quelle che operano in concorrenza perfetta (v.), non conosce la propria curva di domanda (v.), cioè non sa con certezza quale quota della domanda di mercato le spetta.
Infine, il mercato oligopolistico è caratterizzato da extra profitti (v.) che però, a differenza di quanto si potrebbe dedurre, non determina l'entrata di nuove imprese. Ma ciò non stupisce se si pensa che una delle peculiarità della forma di mercato in esame è la presenza di barriere all'entrata (v.).
Lo sviluppo teorico dell'oligopolio è stato caratterizzato da due fasi.
Nella prima, autori come Cournot (v. Duopolio di Cournot), Bertrand (v. Duopolio di Bertrand) e Chamberlin (v. Concorrenza monopolistica) partendo da ipotesi semplificatrici arrivano a determinare degli equilibri di impresa (v.) ben definiti. Ognuno di essi, inoltre, ipotizza un diverso comportamento strategico dell'impresa.
A questa prima fase appartiene anche il lavoro di Von Stackelberg (v.), al quale invece, si deve la definizione, ormai comunemente accettata, di impresa leader (v. Leader duopolista) e d'impresa follower: mentre la prima cerca di imporre il proprio comportamento alle rivali, la seconda ha un atteggiamento subalterno, passivo, si comporta cioè da gregaria rispetto all'azienda dominante.
Nella seconda fase gli studi si sono basati su presupposti meno ingenui: secondo la Robinson (v.), ad esempio, nel breve periodo l'oligopolista cercherà soprattutto di mantenere costante la quota di mercato. Per Fellner, invece, le imprese, generalmente, giungono alla creazione di un cartello (v.) o ad una collusione tacita con l'obiettivo di massimizzare il profitto congiunto. La teoria che, però, ha ricevuto più consensi è quella dello Sweezy (v.), che cerca di spiegare le rigidità di prezzo che si osservano nei mercati oligopolistici: se un'impresa diminuisce il proprio prezzo, tale comportamento sarà presto seguito dai rivali, preoccupati di perdere quote di mercato. Un aumento del prezzo, al contrario, si ritorcerà contro la stessa impresa poiché è improbabile che i concorrenti la seguano su questa strada. Per queste ragioni, secondo Sweezy, la curva di domanda che ogni oligopolista deve fronteggiare è ad angolo (v. Curva di domanda ad angolo), molto più elastica per gli aumenti di prezzo che per le riduzioni.
Per un certo periodo è sembrato, poi, che la teoria dei giochi (v. Game theory) potesse apportare utili contributi per una rappresentazione organica dei comportamenti strategici delle imprese operanti in mercati oligopolistici. Ma, sebbene la game theory sia stata sviluppata a partire dal 1944, essa non sembra ancora in grado di contribuire con efficacia alla costruzione di una teoria paragonabile a quelle della concorrenza o del monopolio.
Un modello particolarmente noto è quello elaborato da Sylos Labini (v.) sul prezzo limite (v.) fissato in un mercato oligopolistico (il più alto prezzo, cioè, che un insieme di produttori ritiene praticabile senza consentire l'ingresso di nuovi concorrenti).
L'analisi empirica, poi, ha dimostrato come le imprese oligopoliste abbiano spesso comportamenti collusivi. Dato per scontato che ciascuna di esse cercherà di allargare la propria quota di mercato nel lungo periodo, nel breve periodo esse cercheranno di evitare qualsiasi guerra dei prezzi, cercando invece di differenziare il proprio prodotto e di giungere ad accordi sul livello dei prezzi e delle quote di mercato. Questi accordi possono essere formali e giungere alla costituzione di un cartello (v.). Altre volte, invece, le intese sono meno formali ma altrettanto efficaci: in questo caso le aziende coordinano la propria attività e si informano rispettivamente sui cambiamenti nei listini di prezzo, evitando così il rischio che una variazione di prezzo sia interpretata come un tentativo di mutare le quote di mercato.