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Dizionario Economico
Pianificazione economica

Metodo di gestione centralizzato della produzione e dell'allocazione delle risorse (v.) produttive mediante la predisposizione, a priori, di piani che determinano la quantità, il prezzo e la distribuzione della ricchezza nazionale.
Dalla stessa definizione emerge chiaramente come i due elementi centrali che contraddistinguono la pianificazione economica siano:
— la definizione a priori degli obiettivi. Questa caratteristica differenzia le economie pianificate da quelle di mercato: nelle prime, infatti, il coordinamento dell'attività del sistema economico è assicurato da una unità centrale mentre nelle seconde tale coordinamento è affidato all'operare spontaneo delle forze di mercato (v.) che tendono a massimizzare l'utilità (v.) per il consumatore ed i profitti (v.) per i produttori. In un sistema economico pianificato l'equilibrio è quindi raggiunto ex ante (v.), mentre, in un'economia di mercato, è un evento contestuale al verificarsi degli scambi;
la predisposizione di un piano, che individui gli obiettivi da perseguire in termini di produzione e distribuzione delle risorse. Il raggiungimento di tali obiettivi può avvenire nel breve, nel medio o nel lungo periodo.
La pianificazione economica può distinguersi in:
imperativa, quando tutte le decisioni relative alla produzione e alla distribuzione siano assunte da un'unica autorità centrale.
Ha avuto la sua massima espressione a partire dagli anni '30 nell'ex Unione Sovietica dove l'attività di coordinamento tra tutti i settori e tutte le fasi della pianificazione erano affidati al Gosplan (il Comitato Statale per la pianificazione).
La sfera della produzione era articolata in una serie di piramidi con al vertice il governo ed alla cui base operavano le imprese dei vari settori.
Le fasi della pianificazione economica erano sostanziamente tre: la prima era la raccolta delle informazioni, dal basso verso l'alto della piramide, relative alle risorse disponibili in termini di mezzi di produzione e di prodotti finiti realizzati o realizzabili.
Tale operazione avveniva stilando i cosiddetti bilanci materiali.
La seconda fase della pianificazione vedeva il trasferimento delle informazioni dai ministeri competenti al Gosplan che elaborava una o più proposte di piano da consegnare al governo; questo sceglieva, in base alle proprie priorità politiche, il piano di produzione più soddisfacente.
Nella terza fase, il Gosplan assegnava alle imprese i relativi piani di produzione e gli obiettivi (espressi sotto forma di indici) da raggiungere. Le imprese erano dunque obbligate a rispettare i termini fissati sia per il volume della produzione lorda che per la qualità dei prodotti ed erano sottoposte ad un controllo tanto ossessivo quanto inefficace da parte dell'autorità centrale;
indicativa, se in un'economia di mercato si proceda alla definizione, per grandi linee, di obiettivi macroeconomici da realizzare nel lungo periodo. Tale forma di pianificazione si differenzia da quella imperativa in quanto:
— non tende alla completa definizione di tutto il processo produttivo ma, semplicemente, ad attenuare quelle distorsioni che spesso si verificano in un'economia di mercato (diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, formazione di poteri monopolistici, dualismo economico tra diverse aree regionali ecc.);
— è attuata attraverso il coinvolgimento delle parti sociali interessate (imprenditori, lavoratori, consumatori) e tiene conto delle diverse esigenze manifestate da queste forze sociali;
— ha un semplice carattere di indirizzo in quanto non tende a definire con precisione le quantità globali di ciascun bene da produrre ma, tenendo conto dell'evoluzione del mercato, fornisce dei parametri di sviluppo compatibili con una crescita costante ed equilibrata del sistema economico;
— si avvale in larga misura delle imprese a partecipazione statale (v.) che in un simile contesto hanno un ruolo guida nell'indirizzare la produzione nazionale verso determinati obiettivi fissati dalle autorità di governo (dislocazione di grandi industrie in aree arretrate, produzione di beni poco convenienti per le industrie private, ingenti investimenti nella ricerca e sviluppo di prodotti innovativi ecc.).
Il tentativo, durato diversi decenni, dei paesi dell'area socialista di additare la pianificazione economica come soluzione ottimale per un'efficiente allocazione delle risorse e per la formazione di prezzi di equilibrio è stato al centro, per molti anni, di un vivace dibattito.
Il primo attacco venne da parte dell'economista austriaco L. von Mises (v.) che, muovendo da posizioni marginaliste (v. Marginalismo), riteneva che i piani elaborati dagli stati socialisti fossero necessariamente irrazionali. Ciò in quanto, non consentendo di individuare gli indici di scarsità (i prezzi), per la rilevazione dei quali è necessaria l'esistenza di un'economia di mercato, non permettevano di scegliere, in presenza di risorse limitate, tra impieghi alternativi.
Alle tesi di von Mises rispose E. Barone (v.), il quale, rifacendosi alla teoria sull'equilibrio economico generale (v.) di Walras (v.), postulò che la formazione dei prezzi potesse scaturire da un sistema di equazioni, risolvendo le quali è possibile determinare gli indici di scarsità per un'ottima allocazione delle risorse anche in assenza di mercato.
Altre critiche vennero da F. von Hayek (v.) e L. Robbins (v.) e riguardarono le difficoltà di impostare un sistema che avrebbe dovuto contemplare molte equazioni. Ad esse sono state date due tipi di risposte.
La prima fa capo all'economista polacco O. Lange (v.) che, come Barone, si ricollega alle tesi dell'equilibrio economico generale walrasiano seppur con impostazione diversa.
Per Lange con un processo per tentativi si può ugualmente giungere ad ottimizzare l'allocazione delle risorse e trovare prezzi d'equilibrio. In pratica, i prezzi sono fissati da un organo centrale e sulla base di quelli le imprese prendono le decisioni relative ai metodi di produzione e alle quantità da produrre. L'interagire di questi fattori evidenzierà l'abbondanza o la scarsità delle varie merci, indicando se i prezzi erano stati fissati ad un livello troppo alto o troppo basso. Laddove questi dovessero rivelarsi smisurati l'ufficio della pianificazione potrà modificarli; procedura, questa, simile al tâtonnement (v.) walrasiano.
Per l'economista inglese M. Dobb (v.), invece, il vero problema era quello di modificare la situazione di scarsità aumentando le risorse disponibili. In tal senso l'economia pianificata presenta il vantaggio, rispetto all'economia di mercato, di fissare a priori gli obiettivi da conseguire per cui gli investimenti possono essere meglio coordinati. Nel coordinamento ex post (v.), tipico delle economie di mercato, gli imprenditori possono essere portati a non attuare alcuni investimenti nel timore che le loro iniziative non rendano per il venir meno di tutta una serie di investimenti paralleli (ad es. costruzione di infrastrutture od investimenti in processi produttivi collegati).
Quest'ultima teoria è stata particolarmente osteggiata dai sostenitori dell'economia di mercato che negano la possibilità di un serio sviluppo di una economia pianificata soprattutto per l'assenza del profitto individuale che agisca da stimolo per il progresso tecnico.

Approfondimento: L'efficienza in una economia pianificata.