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Dizionario della Filosofia Politica
Controllo sociale

È il complesso di mezzi e modalità (pressioni, incentivi, sanzioni) adoperati da ogni società o gruppo o istituzione al fine di assicurare il rispetto, da parte dei propri membri, delle norme e dei modelli comportamentali consolidati, allo scopo di arginare i pericoli della disgregazione.
La nozione di (—) fu impiegata per la prima volta dal filosofo inglese H. Spencer nella seconda metà del sec.XIX e fu al centro degli studi antropologici finalizzati a stabilire in che modo potesse essere assicurata l’osservanza delle regole adottate dal gruppo in società prive degli strumenti idonei a reprimere le eventuali violazioni.
L’uso di strumenti coercitivi solitamente rientra nel (—) solo come extrema ratio, allorquando gli specifici meccanismi di persuasione si siano rivelati inadatti all’obiettivo di uniformare i comportamenti dei soggetti alle regole standardizzate.
Nella storia del concetto sono state impiegate diverse definizioni. Una prima include nel (—) tutti quei fenomeni normativi forniti di efficacia prescrittiva (religione, morale, diritto). Una seconda fa riferimento all’insieme degli strumenti repressivi dei comportamenti considerati lesivi delle regole di condotta generalizzate (ad es. ammonizione, censura, isolamento, incarcerazione). Una terza definizione considera strumenti di (—) tutti gli istituti repressivi predisposti dal pubblico potere.
I modelli imposti dal (—) risultano particolarmente efficaci qualora si voglia genericamente assicurare l’uniforme ripetizione di determinati comportamenti da parte dei componenti del gruppo.
Il (—) viene esercitato non solo nella società globalmente considerata ma anche dalle singole istituzioni (famiglia, partiti politici, scuola) e dai singoli gruppi che la compongono.