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Dizionario Economico
Bretton Woods

Cittadina del New Hampshire negli USA dove, nel 1944, si riunirono gli esperti di economia e finanza di 44 Paesi alleati.
Gli Stati partecipanti alla Conferenza internazionale erano animati dall'esigenza di creare un sistema di regole giuridiche che garantisse l'equilibrio dei mercati ed evitasse le degenerazioni protezionistiche e l'instabilità valutaria che avevano dominato il commercio negli anni precedenti alla II Guerra Mondiale. La crisi del '29 e gli avvenimenti degli anni '30 avevano dimostrato l'incapacità dei mercati di autoregolarsi e, quindi, la necessità di un sistema di regole che tutelasse la libertà degli scambi e che prevedesse dei correttivi alle distorsioni.
Nella Conferenza di Bretton Woods si confrontarono soprattutto la posizione inglese, rappresentata dal piano Keynes (v.), e la posizione statunitense, espressa dal piano White (v.), consigliere del ministro del tesoro statunitense.
I negoziati portarono alla creazione di un sistema basato su due istituzioni fondamentali: il Fondo Monetario Internazionale (v. FMI) e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (v. BIRS). Queste istituzioni avevano lo scopo di incoraggiare la cooperazione monetaria tra gli Stati e di incentivare il commercio internazionale attraverso la stabilità dei cambi.
Caratteristica fondamentale degli accordi era infatti la determinazione di parità fisse tra le valute dei vari paesi. Rispetto al precedente sistema del gold standard (v.), in cui il valore di ogni divisa era determinato in relazione alla sua convertibilità aurea, gli accordi istituivano il c.d. gold exchange standard (v.) in cui le diverse valute erano ancorate al dollaro americano, la cui convertibilità aurea era fissata a 35 dollari l'oncia. La Federal Reserve (v. Federal Reserve System) statunitense si trovava dunque a svolgere le funzioni di banca centrale internazionale, con le conseguenti gravi responsabilità che tali mansioni comportavano.
Il nuovo sistema monetario internazionale cominciò a funzionare a pieno regime già negli anni della ricostruzione post-bellica e certamente esso diede notevole stabilità al commercio internazionale, contribuendo non poco ai boom che interessarono i diversi paesi occidentali negli anni Cinquanta e nella prima metà degli anni Sessanta.
Alla fine degli anni Sessanta, però, i paesi che partecipavano all'accordo cominciarono a presentare livelli di inflazione molto diversi: i prezzi statunitensi salivano determinando una perdita di competitività, mentre paesi come il Giappone e soprattutto la Germania, al contrario, registravano un attivo dai loro scambi con l'estero accumulando dollari. La speculazione a favore del marco e contro il dollaro contribuì ad aumentare il flusso di capitali in uscita dagli Stati Uniti il che, insieme alle spese sostenute dal governo americano per finanziare la guerra in Vietnam e agli investimenti in Europa da parte delle imprese americane, determinò deficit di bilancio pubblico e della bilancia dei pagamenti sempre più grandi.
Ciò diffuse una profonda sfiducia nel dollaro cosicché molte banche centrali cercarono a più riprese di convertire i dollari in loro possesso in oro. Di fronte a questa situazione insostenibile per la moneta americana, nell'agosto 1971 l'allora Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, dichiarò l'inconvertibilità del dollaro in oro, decretando ufficialmente la fine del sistema a cambi fissi, di fatto già avvenuta negli anni immediatamente precedenti.
Il tentativo di restaurare il sistema attraverso gli accordi Smithsoniani (v.) del dicembre 1971 fallì nel 1973 in seguito ad una nuova crisi del dollaro. Da allora, gli scambi monetari internazionali sono strutturati secondo un sistema di cambi fluttuanti, situazione sancita dalla riforma dello Statuto del FMI, del 1976, che aboliva il prezzo ufficiale dell'oro e riconosceva la fine del sistema dei cambi fissi.