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Dizionario della Filosofia Politica
Croce, Benedetto (1866 - 1952)

Storico e filosofo idealista. I suoi primi scritti furono di storia antica, ma il marxista Antonio Labriola destò in lui l’interesse per il filosofo ed economista tedesco, guidandolo verso la stesura del saggio Materialismo storico ed economia di Karl Marx (1900).
Sebbene (—) sia solitamente considerato un hegeliano, furono i neokantiani (soprattutto Herbart e Windelband, nonché il critico letterario Francesco de Sanctis) ad ispirare il suo idealismo realista e la critica dal titolo Cosa vive e cosa è morto nella filosofia di Hegel (1906). Il suo principale contributo fu alla filosofia estetica e alla storia. La sua Estetica (1902) ed il giornale La Critica (1903-1944) produssero un profondo impatto sulla cultura italiana. Il suo collaboratore Giovanni Gentile lo indirizzò verso l’adozione delle dottrine dello storicismo assoluto. Una tesi centrale in tutti i suoi lavori pubblicati dopo il 1909 venne sviluppata negli ultimi tre volumi della Filosofia dello Spirito: la Logica (1909, II edizione), la Filosofia della Pratica (1909) e la Teoria e Storia della Storiografia (1915), nonché nello studio su La Filosofia di Gian Battista Vico (1911).
Si oppose al fascismo ed abbozzò la Protesta contro il «Manifesto dei Fascisti intellettuali» (1925), in opposizione a Gentile.
(—) convertì il suo storicismo in una religione della libertà, scrivendo alcuni libri storici, tra cui una Storia d’Italia 1871-1915 (1927) ed una Storia d’Europa nel XIX secolo (1932), in cui è illustrata la sua concezione etico-politica della civiltà umana, meglio espressa nella Storia come storia della Libertà (1938). Secondo (—) la Storia è la manifestazione del progresso spirituale dell’uomo; in essa, pensiero e azione si correlano, perché l’azione presuppone la conoscenza e la conoscenza del passato è finalizzata all’azione (contemporaneità della Storia). Lo storicismo di (—) è assoluto, perché volto a considerare come unica Verità conoscibile quella che è storicamente verificabile e come unico luogo per la vita degli uomini quello definito dalla dimensione storica.
La Filosofia dello Spirito fu intesa come una religione laica, capace di abbracciare tutti gli aspetti della vita umana. L’attività dello Spirito si distingue in teorica e pratica: la prima si suddivide in intuito e pensiero e la seconda in volontà economica e morale. Tali suddivisioni sono relazionate in modo che pensiero e volontà morale implicano l’intuito e la volontà economica, ma non viceversa. Questi quattro momenti distinti dell’attività dello Spirito corrispondono ai concetti puri di Bello, Vero, Utile e Buono. Fino a quando questi concetti sono puri, mancano di un determinato contenuto, al di là di quello che viene fornito dallo sviluppo dialettico dello Spirito attraverso l’azione dell’uomo nella storia. Il Bello deriva dalla creazione di opere d’arte, l’Utile dagli atti politici ed economici e ognuno fornisce il materiale per i concetti di Vero e di Buono.
(—) elaborò la concezione secondo cui la moralità concreta è tutta in quelli che governano. Egli affermava la necessità di considerare lo Stato per quello che è: forma elementare e angusta della vita pratica, dalla quale la vita morale esce fuori e trabocca, spargendosi in rivoli copiosi e fecondi, tali da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringendoli a rinnovarsi in modo conforme alle esigenze che essa pone. Ridimensionando la concezione hegeliana (e tutta la concezione etica dello Stato, compreso quella fascista) (—) elaborò una concezione politica dello Stato liberale, come semplice strumento dei diritti dei cittadini. Questi realizzano la propria libertà nella sfera etica, da cui quella politica è distinta (la politica è un momento della forma economica dello Spirito). Fu la riverenza con cui (—) guardò alla libertà dei cittadini, rispetto allo Stato, che fece configurare il suo pensiero come una religione della libertà. (—) identificava la filosofia con la storia, concepita come un sistema progressivo in cui gli antecedenti sistemi di filosofia vi sono incorporati e superati dai sistemi presenti.
Tutto il pensiero è giudizio storico e l’intera storia è storia contemporanea, perché il passato è vissuto e rielaborato nello Spirito e di qui nella presente esperienza dell’umanità.
Sebbene la filosofia di Hegel fosse sorretta da un implicito fine interno alla storia, (—) ritenne impossibile pronunciarsi su di essa. Ciò comportava due diverse conseguenze pratiche: prima di tutto, un soggettivismo che informa tutti gli atti ed i pensieri del presente con uguale forza; in secondo luogo, un abbandono dei doveri che lo Spirito ci ha attribuito.
Un dilemma si sommò nell’hegeliano aforisma «ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale», che fu la pietra miliare dello storicismo crociano. Poiché l’«attualismo» di Gentile sviluppò la prima parte di esso, (—) insistette sul moderato conservatorismo della seconda, esprimendolo in termini semi-teologici, ravvisabili ad esempio nel riferimento alla fede nell’attività misteriosa della divina Provvidenza. Ad ogni modo, venti anni di regime fascista produssero in (—) una graduale revisione delle proprie idee e negli Studi su Hegel (1952) egli appariva ormai riallacciato alle posizioni neokantiane della sua giovinezza, asserendo il dualismo tra reale e razionale.
Dopo aver invano accarezzato l’idea di una possibile conversione del fascismo in Stato liberale, (—) si avvide dell’irrealizzabilità di tale speranza, costantemente diede prova nei suoi scritti di autonomia di giudizio e di dignità morale.