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Dizionario di Scienze Psicologiche
Ferenczi, Sàndor
Psicoanalista ungherese (Miskolc, 1873 - Budapest, 1933). Di formazione psichiatrica (fece ricerca alla clinica Burghlzli di Bleuler a Zurigo), fu allievo e stretto collaboratore di Freud. Dal 1900 neurologo a Budapest, si interessò inizialmente ai fenomeni dell'ipnosi e dell'autosuggestione. Decisiva fu la lettura dell'Interpretazione dei sogni, che lo spinse ad entrare direttamente in rapporto con Freud e la Società psicoanalitica di Vienna. Nel 1909 è infatti con Freud negli Stati Uniti, nel 1913 fonda la Società psicoanalitica ungherese e nel 1918 ottiene a Budapest la prima cattedra universitaria di psicoanalisi (successivamente lasciata per motivi politici). Fondamentale può essere considerato il suo contributo all'organizzazione internazionale degli psicoanalisti (fu presidente dal 1918 al 1920 della Società psicoanalitica internazionale). Tra le sue opere: Formazione e scomparsa dei sintomi nevrotici (1914), Isteria e patonevrosi (1919), Il punto di vista sociale in psicoanalisi (1922), Thalassa. Psicoanalisi delle origini della vita sessuale (1924). Nonostante alcuni specifici dissensi riguardo certi aspetti del metodo freudiano, F. (a differenza di Adler, Jung e Rank) non arrivò mai a una rottura con il maestro. Il punto di maggior distacco da Freud riguarda soprattutto la pratica terapeutica. Mosso da un forte senso umanitario, quasi empatico, nei confronti della sofferenza psichica, F. teorizzò una dimensione di umanizzazione dell'analista, sostenendo la necessità di un intervento attivo nel corso del trattamento e conseguentemente una modifica della funzione del transfert. Rispetto alla tecnica psicoanalitica classica, il metodo della tecnica attiva consisteva nello stimolare non solo le associazioni libere, ma anche atti, gesti e comportamenti finalizzati a mobilitare i materiali inconsci nei momenti di stallo dell'analisi. Il suo lavoro principale, Thalassa (definito da Freud la più ardita applicazione della psicoanalisi che sia mai stata tentata), fornisce un esempio notevole di come l'apparato concettuale e interpretativo della dottrina freudiana classica possa essere piegato in direzioni originali quanto problematiche. L'opera propone una radicalizzazione degli assunti di Al di là del principio di piacere (1920). Lì Freud aveva postulato la presenza di una pulsione di morte che si esprime nell'oscura tendenza della materia vivente a tornare allo stato inorganico, ad una sorta di unità ancestrale. Secondo F., tutta la sessualità umana sarebbe un tentativo di ristabilimento dell'ideale unità del corpo materno, della vita intrauterina precedente la traumatica separazione tra interno ed esterno generata dalla nascita (chiaro è in questa tesi l'influsso di Rank). Ma il lato più innovativo, e più libero da rigore metodologico, della speculazione di F. è costituito dal tentativo di fare della psicoanalisi della sessualità un principio di interpretazione del fenomeno della vita in genere (cosiddetta bioanalisi). F. studia la sessualità non solo dal punto di vista psicologico: si impegna, infatti, in una complessa analisi del significato del lato biologico sottostante ad essa. Il desiderio fondamentale di ricondursi al grembo materno per il maschio, e quello altrettanto fondamentale di identificarsi con il feto per la femmina, mostrerebbero come la sessualità porti in sé addirittura la traccia della nostalgia dell'Oceano, delle acque originarie (thalassa in greco significa mare) provata da uomini non ancora adattatisi alla vita terrestre: il rapporto sessuale riproduce l'immersione nel brodo primordiale, di cui il liquido amniotico costituirebbe il derivato simbolico; riattualizza la catastrofe destabilizzante del parto e la sua successiva ricomposizione; spinge a ripercorrere le tappe fondamentali dell'evoluzione della specie mostrando l'unità tra ontogenesi (sviluppo dell'individuo) e filogenesi (sviluppo della specie). Ulteriori originali contributi di F. riguardano lo sviluppo dell'Io. Si tratta di ipotesi teoriche in cui sono presenti chiare anticipazioni dei concetti di introiezione, scissione e frammentazione (sviluppati in seguito da Melanie Klein) e di oggetto transizionale (formulato da Winnicott).