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Dizionario di Scienze Psicologiche
Feticismo
Comportamento sessuale deviante, caratterizzato dal trasferimento del desiderio e delle fantasie erotiche dalla comune meta sessuale (persona viva nella sua totalità e interezza) ad un suo surrogato, generalmente privo di significato erotico, ma la cui presenza è preferita o perfino irrinunciabile ai fini dell'eccitazione sessuale (parte del corpo, indumento o qualunque altro oggetto inanimato di sua appartenenza). Di origine portoghese (feitiço deriva dal latino factítius: fabbricato, artificiale, fittizio), l'espressione fu utilizzata inizialmente in antropologia, nel XVIII secolo, dai mercanti di schiavi portoghesi per designare l'usanza, tipica delle religioni animiste africane, di attribuire qualità soprannaturali ad oggetti inanimati, definiti appunto feticci, che, pertanto, divenivano oggetto di venerazione e deificazione. Si deve ad Alfred Binet il primo tentativo di trasferire il termine f. dalla ricerca antropologica e storico-religiosa a quella sessuologica per definire il comportamento di coloro che focalizzano la loro attenzione e il loro interesse, in questo caso espressamente sessuale, su particolari oggetti inerti dalla inusuale carica erotica, il cui contatto, il cui odore o la vista, era in grado di generare appagamento e soddisfazione sessuale. Si distinguono generalmente tre forme di f.: 1) una forma attiva in cui il feticista usa attivamente il feticcio, 2) una forma passiva in cui il soggetto desidera che il feticcio sia usato su di lui da un'altra persona, 3) una forma contemplativa in cui il piacere è determinato dalla contemplazione dei feticci collezionati. Con i Tre saggi sulla sessualità infantile (1905) di Freud (e con la successiva relazione presentata alla Società di Vienna sulla Genesi del Feticismo, 1909), il termine entra nella letteratura psicoanalitica. Freud ritiene che un certo grado di f. sia comune e non patologico tra gli uomini, in particolare nelle fasi di innamoramento in cui la normale meta sessuale appare inaccessibile o anche negata, proibita. Nell'ambito della teoria dello sviluppo psicosessuale, Freud definisce il comportamento feticistico come espediente utilizzato dal bambino nella fase edipica per controllare l'ansia derivante dalla paura della castrazione. Tuttavia le successive teorie psicoanalitiche hanno parlato di f. come di un meccanismo innescato non solo per reagire all'angoscia della castrazione, ma anche all'angoscia di separazione e alla paura di perdere l'amore della madre. Per tale motivo, secondo la definizione proposta dallo psicoanalista inglese Winnicott, l'oggetto feticcio rappresenterebbe l'equivalente di un oggetto transizionale la cui valenza simbolica sarebbe però espressamente libidica. Mentre l'oggetto transizionale fa parte dello sviluppo normale, il feticcio è espressione di un disturbo dello sviluppo psicosessuale. Al di là delle differenti interpretazioni, le varie teorie psicoanalitiche concordano nel ritenere il f. una patologia nel momento in cui la soddisfazione sessuale, coniugata al piacere erotico, si canalizza unicamente sull'oggetto feticcio e sul rituale sotteso, sostituendosi del tutto alla normale meta sessuale. Tale devianza nel comportamento sessuale costituirebbe un chiaro indice di un disturbo della personalità che impedisce al soggetto di stabilire e mantenere una sana relazione di coppia.