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Dizionario di Scienze Psicologiche
Fodor, Jerry Alan
Filosofo statunitense (New York 1935). Nella storia della scienza cognitiva il suo contributo può essere considerato di fondamentale importanza. Il nucleo del pensiero fodoriano è costituito dall'unione di una teoria rappresentazionale della mente (TRM) con una teoria computazionale (TCM). La TRM, comunemente abbracciata da gran parte degli studiosi di scienze cognitive, in F. assume un aspetto differente: la rappresentazione interna viene ad essere pensata come un simbolo-modello interno dell'ambiente esterno, avente, al pari di un enunciato del linguaggio naturale, una struttura proposizionale propria di sintassi e semantica. Quindi, F. assume che nella nostra mente ci sia un vero e proprio linguaggio del pensiero: il Mentalese. La TCM è, invece, definibile come la visione secondo cui nell'uomo l'atto di pensare equivale all'eseguire una serie di calcoli. Unire TRM e TCM significa postulare che la forma (e cioè il livello sintattico) del simbolo-stato mentale possa essere inserito in un processo di calcolo. Ciò vuol dire che, se il ragionamento è costituito da molteplici funzioni computabili, i costituenti di tali funzioni sono le proprietà formali dei contenuti del pensiero. Di qui, la possibilità d'implementare la capacità logica su un dispositivo meccanico quale la Macchina di Turing. In base alla cosiddetta tesi Church-Turing, una macchina di questo tipo può simulare qualsiasi tipo di calcolo formalmente valido, ed in questo senso è universale (Universal Turing Machine): anche i computer che abbiamo in casa possono essere simulati da una UTM. Se dunque una UTM può calcolare con un algoritmo qualsiasi funzione computabile, e se il pensiero può essere assorbito in un linguaggio formale, ecco che il computer viene ad essere un'appropriata metafora della mente. Per quanto concerne il ruolo causale degli stati mentali, ossia tanto la possibilità che avvenga quanto il modo in cui avviene che il contenuto del nostro pensiero possa causare un certo comportamento, esso rimane in F. una componente essenziale nel muovere all'azione. Infatti, che la forma del simbolo del Mentalese sia soggetta a calcoli non significa che il contenuto dello stesso simbolo non abbia rilievo: la forma è tale proprio in quanto veicola quel contenuto. F., sotto questo punto di vista, accetta le analisi della psicologia del senso comune riguardanti gli atteggiamenti proposizionali, ossia quegli enunciati mentali con i quali ci riferiamo a qualcosa che ha a che fare con il mondo esterno e ci rapportiamo ad esso in modi disparati. Ma come riesce a conciliare tale mentalismo (cioè, a sostenere che gli stati mentali interagiscono causalmente con il fisico) con la naturalizzazione del mentale cui aspira? La soluzione a cui F. giunge è, scartati il comportamentismo e la teoria dell'identità dei tipi, quella d'interpretare funzionalmente il ruolo degli stati mentali senza dare alcuna importanza al sostrato su cui essi sono implementati né al contenuto veicolato (se non, come prima accennato, in quanto a sua volta causa del tipo di forma che invece interviene nel processo del pensiero). Tale funzionalismo ha dunque, nell'ottica fodoriana, a fondamento la tesi della realizzabilità multipla del mentale: infatti, per F., la realizzabilità multipla in qualche modo condurrebbe inevitabilmente alla necessità di postulare un certo carattere irriducibile del mentale. Nell'articolo Special Sciences (1974) F. traccia un'importantissima differenziazione tra due tipi di realizzabilità multipla: strutture fisiche diverse possono realizzare gli stessi stati mentali; ma anche nello stesso organismo uno stato mentale può essere realizzato, in tempi diversi, da differenti configurazioni fisiche. F. si serve, dunque, di una realizzabilità multipla modellata ad hoc per essere adatta a fornire una base teorica come difesa tanto dal riduzionismo quanto dalla ricaduta nel dualismo. La sua visione è molto vicina a quello che alcuni studiosi chiamano dualismo delle proprietà, cioè la teoria secondo cui, pur non essendoci a livello ontologico due tipi di sostanza differenti (mentale e fisica, res cogitans e res extensa: il dualismo delle sostanze) tuttavia vi sono una classe di entità che hanno proprietà mentali in aggiunta alle proprietà fisiche. La versione maggiormente consolidata di tale teoria è probabilmente quella della sopravvenienza. In questo contesto del pensiero fodoriano, in che modo uno stato mentale, senza far intervenire il significato di cui è portatore se non — appunto — per mezzo della forma, riesce ad essere causa di qualcosa? Il primo passo consiste nel creare un collegamento tra sintassi e semantica del mentale tramite la creazione di un linguaggio formale. Tale linguaggio, pur tenendo conto solamente delle proprietà sintattico-formali dei simboli/contenuti degli atteggiamenti intenzionali del pensiero, deve essere comunque passibile d'interpretazione semantica e questo nel senso che, tramite le regole d'inferenza, se ne può indicare la correttezza argomentativa. Il passaggio successivo consiste poi nel mostrare in che modo tale linguaggio formale possa causare degli output comportamentali. Abbiamo già osservato che una UTM sembra per certi versi essere un buon modello della mente: ne segue che con la possibilità che il pensiero esegua algoritmi (cioè la TCM), viene a crearsi un collegamento tra sintassi e ruolo causale. Dunque la sintassi, che con la computazione diviene causa di output, può a sua volta preservare schemi di argomentazione valida che operino in modo tale da mantenere una certa logicità e razionalità contenutistica. Nonostante tale argomentazione, resta aperto il problema dell'origine del significato insito nei simboli del Mentalese, un problema al quale F. sta tentando di trovare una risposta. Infatti, nel caso in cui F. perseverasse nell'abbracciare una concezione stretta di contenuto — ossia relativa a ciò che si trova integralmente nella mente — invece di una concezione ampia che tenga conto delle relazioni intenzionali con l'ambiente e delle nozioni di verità e riferimento — andrebbe incontro ad un solipsismo che non consentirebbe di spiegare in che modo le rappresentazioni mentali su cui poggia il nostro pensiero possano essere validi modelli interni dell'ambiente esterno senza ad esso riferirsi. Siamo di fronte alla cosiddetta questione eponima. F. affronta, inoltre, la questione dell'architettura cognitiva: l'assunzione della TCM lo conduce ad abbracciare, formulandola nel saggio del 1983 The Modularity of Mind, una visione modulare. La modularità della mente viene spesso affermata per indicare la possibilità di scomporre funzionalmente la capacità cognitiva in sistemi differenti, per cui ogni modulo viene ad indicare un certo meccanismo con una sua specifica e ben individuata funzione di elaborazione cognitiva. Nello specifico quelli fodoriani sono moduli chomskiano-computazionali: chomskiani in quanto basi di conoscenze specifiche per dominio e innate che organizzano e analizzano solo un certo tipo di input, e sono in grado di acquisirne informazioni su cui svilupparsi a seguito di una fissazione di parametri operata dai sistemi centrali (come, appunto, nella teoria del linguaggio di Noam Chomsky); computazionali in quanto elaborano in modo algoritmico un tipo di input specifico per dominio. La modularità, secondo F., è propria unicamente dei sistemi periferici, cioè dei sistemi di input che si trovano a diretto contatto con i trasduttori dell'informazione ambientale. I sistemi centrali, invece, possiedono delle caratteristiche marcatamente differenti rispetto ai sistemi modulari e devono, per la natura delle elaborazioni cui devono dare luogo (per esempio, nel problem solving) poter essere organizzati olisticamente. Le proprietà che, nel discorso fodoriano, rendono modulari i sistemi di input sono essenzialmente due: la specificità per dominio, per cui ogni modulo è conformato e specializzato in modo tale da processare una ristretta tipologia delle informazioni in entrata; l'incapsulamento informazionale, ovvero la proprietà per cui ogni modulo può avere accesso unicamente ad un proprio interno data-base e non a tutte le conoscenze di cui l'organismo dispone. L'incapsulamento è, per F., ciò che distingue più di qualsiasi altra cosa i processi di input dai sistemi centrali. Oltre a queste due proprietà, F. enumera altre caratteristiche tipiche dei sistemi modulari, tra cui le seguenti: le operazioni da essi svolte sono obbligate; i sistemi centrali non accedono che agli output dei moduli meno specializzati; sono sistemi molto veloci proprio perché obbligati; hanno output superficiali, cioè non semanticamente analizzati. Per quanto riguarda i sistemi centrali, per F. sono del tutto differenti rispetto ai sistemi periferici. Lui stesso riconosce comunque che non ci sono prove dirette né pro né contro la modularità o meno dei sistemi centrali, ed è per questo che cerca di trovare un argomento a favore della sua ipotesi, e lo scopre in un'analogia. Tale analogia viene individuata a partire dalla funzione fondamentale dei sistemi centrali, ossia la fissazione delle credenze, la quale è tipica anche del procedere della conferma scientifica. Le proprietà primarie di quest'ultima sono l'essere isotropica e quineiana, il che, rapportato ai sistemi centrali, significa che (come avviene nella ricerca scientifica) c'è la necessità di esaminare tutta la conoscenza a disposizione nella propria analisi e di tenere presente ogni tipo di sapere possibile per effettuare i propri ragionamenti a partire dagli output dei processi modulari. Un'ipotesi alternativa circa la natura dei processi cognitivi centrali è quella della modularità massiva. Secondo tale teoria, nella sua versione forte, tutta l'architettura cognitiva dev'essere pensata come modulare in quanto non vi sono convincenti motivi per ritenere tale modularità un tratto distintivo dei sistemi periferici. I moduli postulati da Sperber e dagli altri studiosi che ne parlano vengono denominati darwiniani per distinguerli dai fodoriani e per legarli al programma di ricerca della psicologia evoluzionistica. F. ha sistematicamente criticato tale ipotesi di architettura cognitiva, da lui definita beffardamente la teoria della modularità impazzita.