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Dizionario di Scienze Psicologiche
Aggressività
Dal latino aggredior (cammino in avanti), indica la tendenza messa in atto mediante condotte o fantasie volte a danneggiare un altro individuo o, secondo la psichiatria e la psicoanalisi, all'autodistruzione; mentre, per la psicologia, all'autoaffermazione. Queste due modalità interpretative condividono la presenza di competizione e il tentativo di sottomettere coloro verso cui è orientata la tendenza aggressiva.
1) Neuropsicologia. L'espressione del comportamento aggressivo è controllata e organizzata dai sistemi neuronali e i ricercatori hanno evidenziato come la stimolazione elettrica di taluni nuclei dell'ipotalamo e dell'amigdala induca una condotta di attacco da parte dell'uomo come dell'animale. Taluni tumori cerebrali, essenzialmente quelli del lobo temporale, possono essere collegati a maggiori livelli di irascibilità e distruttività immotivata e, se rimossi, indurre a remissione gli accessi aggressivi. Analogamente, la perdita del controllo inibitorio di alcune aree corticofrontali favorisce la comparsa di comportamenti aggressivi negli esiti di traumi cranici con danno parenchimale cerebrale anteriore. Quando però di fronte ai medesimi stimoli si rilevano condotte distinte, in relazione alle modificazioni del contesto, la spiegazione neurofisiologica viene a essere insufficiente. Ciò fa ipotizzare che la corteccia operi un confronto tra quanto ha appreso tramite i mezzi sensoriali e lo stato eccitatorio centrale a esso collegato, da cui ha origine una maggiore o minore probabilità che una stimolazione induca processi diretti verso un filtro periferico di nuove vie sensoriali, o permetta un loro afflusso caotico, in seguito a cortocircuiti riflessi.
2) Etologia. In quest'ambito, l'a. è intesa come mezzo di difesa oltre che di affermazione del soggetto e della specie e ha origine da un istinto primitivo determinato filogeneticamente e alimentato continuamente da una sorgente energetica. Lorenz ritiene gli esseri umani geneticamente portati alle condotte aggressive, reputandole forze interiori, la cui tendenza è quella di scaricarsi al momento opportuno, assicurando così la sopravvivenza della specie e del singolo. Lorenz individua, infatti, quattro diverse funzioni del comportamento aggressivo: a) incrementare la distanza ambientale tra i diversi componenti del gruppo, compatibilmente con la disponibilità di cibo; b) selezionare gli elementi più forti, essendo i più adatti alla protezione del gruppo e alla procreazione al suo interno; c) proteggere la prole; d) creare un sistema gerarchico nel gruppo sociale che ne garantisca la stabilità. Lorenz propende per la tesi secondo cui gli uomini, al pari degli animali, sono naturalmente aggressivi, ma che attraverso la selezione naturale la maggior parte di loro può sviluppare a livello genetico strumenti adatti a controllare tali atteggiamenti, all'interno della stessa specie. Tale inibizione naturale si specializza nel corso dei secoli, ma gli uomini hanno sviluppato solo relativamente questi sistemi di controllo dell'a., non come gli animali, le cui condotte aggressive, se appartenenti alla stessa specie, sono funzionali alla regolamentazione degli schemi elementari di comportamento e di relazione sociale.
3) Psichiatria. In tale ambito è definibile come la tendenza ad attaccare gli altri, a livello fisico o verbale, e talvolta si presenta accompagnata da sentimenti negativi, come la collera. Un'elevata accentuazione di episodi aggressivi si evidenzia in diversi disturbi di personalità, quali personalità antisociali, sadiche, esplosive. L'abuso di sostanze, essenzialmente dell'alcol, induce l'abbassamento della soglia dell'a. Il paziente che si trova in stato maniacale, nel caso venga contrastato, mette facilmente in atto condotte aggressive; mentre di fronte ad azioni aggressive in apparenza incomprensibili, compiute essenzialmente da soggetti schizofrenici, si può individuare la causa nelle esperienze deliranti o allucinatorie. In ambito psichiatrico il suicidio, ad esempio, viene interpretato come espressione di a. diretta verso se stessi, mentre la sua drastica riduzione nel caso di personalità astenica si rileva in talune forme depressive e in stati schizofrenici residuali.
4) Psicologia sperimentale. Tra gli Anni Quaranta e Sessanta, gli studi di maggior rilevanza in questo campo vengono compiuti all'Università di Yale da parte di J. Dollard, N.E. Miller, L.W. Doob e R. Sears, i quali pubblicano il famoso Frustrazione e aggressività (1939), correlazione già evidenziata da Freud in Lutto e melanconia (1915) e in Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917). Tali autori formulano l'ipotesi che l'a. derivi sempre dalla frustrazione e che quest'ultima induca regolarmente a qualche forma di a. Ritengono, inoltre, che quando non è in grado di pervenire ai propri fini, l'uomo manifesta tendenze aggressive non sempre dirette verso il responsabile della frustrazione, ma spostate. Si sono, inoltre, occupati, da una parte, della valutazione dei rapporti di base, in cui la variazione della frustrazione determina il cambiamento dell'a. dall'altra; delle modalità di allentamento di quest'ultima, dei modi in cui la si può controllare o reprimere. Studi successivi hanno però dimostrato che non necessariamente la frustrazione genera a., in quanto le conseguenti reazioni possono spaziare dalla depressione alla rassegnazione, qualora la frustrazione sia troppo intensa o sia percepita come arbitraria. Altro elemento di particolare interesse nell'ambito della psicologia sperimentale è rappresentato dalla funzione catartica, assolta dall'atto aggressivo quando questo viene tradotto in azione diretta verso l'essere frustrante o un suo sostituto, inducendo così la riduzione della tensione.
5) Psicologia sociale. Gli psicologi sociali definiscono l'a. come l'insieme di azioni volte al danneggiamento di uno o più individui, quale forma appresa di comportamento sociale. Negli Anni Trenta, K. Lewin, R. Lippit e R.K. White compiono una ricerca ormai classica per la storia della psicologia sociale, in merito alla direzione democratica e autoritaria di vari gruppi di bambini, avente come oggetto gli elementi favorenti i fenomeni aggressivi, da cui emerge che l'a. si manifesta soprattutto verso taluni membri del gruppo, veri e propri capri espiatori contro cui viene sfogata la tensione indotta dalla presenza del leader autoritario. Le tendenze aggressive non hanno un effetto catartico con relativo allentamento della tensione, come affermato dagli psicologi sperimentali, ma la gratificazione derivante dal vedere che il danno causato alla vittima funge da rinforzo; l'allentamento delle inibizioni origina dalla valutazione della remuneratività del comportamento aggressivo. Bandura, opponendosi alla teoria pulsionale che individua le cause dell'a. nei principi potenziali, sostiene che esse vanno identificate nelle esperienze passate e nelle ricompense elargite in seguito all'attuazione di tali condotte direttamente o nelle diverse circostanze sociali e ambientali.
6) Psicoanalisi. Adler formula nel 1908 il concetto di pulsione di aggressione, inteso come istinto innato o primario, che rappresenta un punto di partenza per la creazione di una nuova teoria secondo la quale tutti i modelli comportamentali traggono origine da una protesta virile aggressiva, dalla manifestazione della volontà di potenza volta a compensare sentimenti di inferiorità. Il concetto di pulsione aggressiva viene inoltre a essere considerato come un mezzo per l'affermazione di sé che, se represso, può far sì che gli altri vengano percepiti come nemici o indurre un'esasperata docilità e svalutazione di sé. Nei suoi primi scritti, Freud attribuisce all'a. un'importanza relativa, considerandola un elemento della pulsione sessuale, una risposta alla repressione o al blocco delle pulsioni libidiche, evidente nel sadismo. Nel 1915, con la pubblicazione di Pulsioni e loro destini, assimila la pulsione aggressiva alla pulsione di autoconservazione, finalizzata al controllo del mondo esterno e al mantenimento e all'affermazione dell'esistenza individuale. Freud, dopo aver formulato la teoria strutturale e aver ipotizzato l'Io e il Super-Io come istanze distinte dall'Es, rielabora la propria teoria dell'a. come pulsione. In Al di là del principio del piacere (1920) l'a. trova la propria collocazione quale pulsione distruttiva esistente in modo indipendente nell'Es, insieme alle pulsioni sessuali. È l'Io che deve, quindi, controllare le pulsioni aggressive per consentire al soggetto un adeguato inserimento nel contesto sociale (Il disagio della civiltà, 1929). Un'ulteriore distinzione viene attuata da Freud tra pulsione di aggressione, diretta verso l'esterno, e pulsione di distruzione, rivolta anche verso di sé. Fenichel nega l'esistenza di un istinto di morte, ritenendo le manifestazioni aggressive dell'individuo quali derivati particolari degli eventi delle pulsioni libidiche. In particolar modo, la libido frustrata e non elaborata può dar origine a impulsi aggressivi e distruttivi, senza che ciò implichi che la pulsione sia eminentemente autodistruttiva. Melanie Klein, per contro, accoglie l'ipotesi freudiana sulla pulsione primaria di morte e anzi rivaluta ampiamente il ruolo dell'a. nel conflitto tra istinto di vita e di morte, come tra le angosce e le difese che esso crea. Klein attribuisce sin dai primi mesi di vita del bambino una funzione predominante alle fantasie aggressive rivolte da questi al suo oggetto buono, la madre. L'a. si trasforma nella confusione tra i propri affetti e le caratteristiche dell'oggetto, in un sentimento persecutorio che dipinge di cattiveria ciascun oggetto: il bambino si sente in tal senso aggredito e cerca di difendersi, mettendo in atto meccanismi difensivi illusori. La persecutorietà, quindi, incrementa in un terrificante circolo vizioso l'a. difensiva e quest'ultima la prima, e così via. Il bambino è quindi visto dalla Klein come un contenitore colmo di odio e distruttività a causa della sua incapacità di amare: l'odio è infatti automatico, mentre l'amore deve essere appreso con la progressiva strutturazione dell'apparato mentale, inizialmente inesistente. In tal senso, l'autrice sovverte la tesi iniziale di Freud sul primato delle pulsioni libidiche e la nascita dell'a. solo come conseguenza alla frustrazione indotta da tali pulsioni e ritiene, inoltre, che la libido e l'aggressività siano affetti e non pulsioni. Hartmann e Kriss, nell'ambito della psicologia dell'io, propendono invece per la separazione della pulsione di morte da quella aggressiva, ponendo quest'ultima in relazione con il principio di piacere-dispiacere al pari della libido. Introducono così il concetto di neutralizzazione, spogliando l'a. delle sue valenze negative e asservendola all'Io nel compimento delle sue funzioni, senza che si verifichino conseguenze distruttive verso tale istanza. Individuando un'origine endogena dell'a., la definiscono una pulsione equiparabile alla libido e non, come sostenuto da Freud, una conseguenza della frustrazione del soddisfacimento del piacere.