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Dizionario di Scienze Psicologiche
Janet, Pierre
Psichiatra e psicopatologo francese (Parigi, 1859 - 1947). Dopo essersi dedicato per anni allo studio della filosofia, dal 1883 al 1889 divenne professore nel liceo di Le Hevre. In questa città ebbe modo di conoscere Lèonie, una donna affetta da personalità multipla, il cui caso descriverà minuziosamente. Studiò altri casi di psicopatologia e nel 1889 pubblicò il volume L'automatismo psicologico, nel quale sono illustrate le sue concezioni psicopatologiche. Nel 1883 si laureò in medicina all'Università di Parigi e venne nominato direttore del Laboratorio di Psicologia creato da Charcot. Fu in seguito docente di psicologia sperimentale alla Sorbona prima, e dal 1902 al 1936 al Collége de France, dove prese il posto di un illustre predecessore, Théodule Ribot. J. propose una teoria dei disturbi mentali contrapposta all'organicismo classico e nettamente distinta dalla teoria psicoanalitica che in quegli anni andava emergendo. Il punto di partenza risiede nel tentativo di delineare una teoria generale dei processi mentali, normali e patologici, basata sia sulle ricerche della psicologia sperimentale sia sugli sviluppi della psicopatologia. La problematica di J. fu comune in questo senso a molti psicologi dell'epoca, quali Mead, Vygotskij, Baldwin. Ne L'automatismo psicologico, oltre al caso già menzionato di Léonie, vengono riportati i casi di isteria di Justine e Iréne e il caso di possessione di Achilles, importanti per il rigore e la sistematicità delle osservazioni e la capacità di elaborare una classificazione di stati psichici, indicati appunto come stati di automatismo psicologico, tra cui l'ipnosi, la catalessia, la scrittura automatica, le idee fisse, i disturbi ossessivi etc. J. definì analisi la prima fase della sua indagine, nella quale studiava i sintomi che insorgevano a causa di quelle che definiva le idee fisse subconsce, prodotte da eventi traumatici. La seconda venne definita fase della sintesi, nella quale venivano osservate le dinamiche e lo sviluppo della malattia. Il momento dell'analisi sottolineava l'assenza di una sintesi tra le funzioni psichiche, funzioni che sono invece sintetizzate tra loro in un individuo normale o, in altre parole, la presenza di una scissione. Nel 1898, con il volume Nevrosi e idee fisse, J. perviene ad una teoria generale sull'isteria e sulla nevrosi. Freud ne criticò duramente le basi teoriche centrali: secondo il padre della psicoanalisi, infatti, tale teoria riduce l'isteria ad una debolezza costituzionale e non riconosce l'importanza dell'opposizione intrapsichica come causa della malattia né è in grado di indicare le cause e i processi di coesione e dissociazione. Negli anni successivi, con le opere L'evoluzione psicologica della personalità (1930) e La forza e la debolezza psicologiche (1932), J. elaborò ulteriormente i concetti di forza psicologica e di tensione psicologica. La forza indica la quantità di energia psichica impiegata nelle attività psicologiche e la tensione indica il livello di sintesi cui appartengono tali attività. La sindrome astenica, ad esempio, è data da scarsa forza psicologica, che limita la possibilità di svolgere attività psicologiche complesse e continue; la sindrome ipotonica, invece, è data da scarsa tensione psicologica con semplificazione del livello di attività psichica e manifestazioni psicosomatiche e psicopatologiche della forza psichica inespressa. Sebbene la concezione energetica dell'attività psichica fu basilare per la teoria della condotta sviluppata da J. negli anni Venti e Trenta, gli aspetti sociogenetici divennero progressivamente più importanti. Il termine condotta viene ad indicare per J. la dinamica delle tendenze intese come disposizioni della psiche a compiere certe azioni secondo una complessità via via differenziata. L'autore distingue, a questo proposito, tre livelli di tendenze — inferiore, medio e superiore — all'interno dei quali vanno individuati nove tipi di tendenze, dalle tendenze riflesse, comuni a tutti gli individui umani, alle tendenze progressive, che caratterizzano la condotta specifica di ogni individuo e ne esprimono gli aspetti più razionali. È importante sottolineare che l'aspetto che distinse la psicologia della condotta di J. dalle teorie basate esclusivamente su una concezione evolutiva-gerarchica delle funzioni psichiche consiste nel fatto che queste ultime consideravano l'organizzazione psichica come il risultato dello sviluppo filogenetico e ontogenetico del sistema nervoso mentre a suo avviso la condotta umana è mediata da azioni di origine sociale. Su queste basi, con una teoria che influenzò notevolmente lo psicologo russo Vygotskij, J. considerò memoria e linguaggio non come il prodotto di un'evoluzione del sistema nervoso, ma come processi sviluppatisi all'interno delle relazioni sociali. Memoria e linguaggio sono quindi condotte sociali, sistemi di mediazione tra un individuo e gli altri. La memoria umana è memoria sociale e culturale, rappresentata da un insieme di informazioni e azioni significative in un preciso ambito socioculturale. Analogamente, anche il linguaggio si sviluppa primariamente nella comunicazione tra gli individui, tra il bambino e la madre e tra il bambino e gli altri, e solo successivamente assurge a strumento per il pensiero interiore.