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Dizionario di Scienze Psicologiche
Klein, Melanie
Psicoanalista austriaca (Vienna, 1882 - Londra, 1960). Negli anni precedenti la prima guerra Mondiale si stabilì con il marito a Budapest. Qui conobbe Ferenczi, dopo la lettura di un libro di Freud che l'aveva molto interessata, con cui entrò in analisi e iniziò, da subito, a chiedersi come poter applicare la psicoanalisi ai bambini. Divenne membro della Società Psicoanalitica Ungherese nel 1918. Di quello stesso anno è il suo primo lavoro: Lo sviluppo di un bambino che K. lesse davanti alla Società nel mese di luglio. Al Congresso dell'Aja (1920) incontrò Karl Abraham, il suo vero maestro. Dietro suo invito, nel '21, decise di trasferirsi con i figli a Berlino, separandosi dal marito, dal quale divorziò poco dopo. Furono anni molto fecondi, durante i quali lavorò intensamente pubblicando i suoi primi lavori. Nel primo capitolo del volume Nuove vie della Psicoanalisi racconta le sue prime esperienze, che la portarono a poco a poco a sviluppare la tecnica per analizzare i bambini. Dall'inizio del 1924, si sottopose ad una nuova analisi con Abraham che fu purtroppo interrotta dalla morte prematura di questi, nell'estate dell'anno successivo. Continuò allora un'attenta e rigorosa autoanalisi, condotta sistematicamente e quotidianamente. Su invito di Ernst Jones, il fondatore della Società Inglese di Psicoanalisi, nel 1926 si trasferì a Londra, dove rimase fino alla morte. Nella sua opera lo studio delle nevrosi precoci assume un ruolo di primissimo piano per l'elaborazione teorica generale della struttura della psiche. La K., mutando profondamente il tradizionale setting (le modalità esteriori) della terapia psicoanalitica (faceva giocare i bambini in sua presenza e interpretava i loro giochi come equivalente delle libere associazioni dell'adulto), introduce un modello teorico originale, molto influente nella psicoanalisi contemporanea. In opere ormai classiche come La psicoanalisi dei bambini (1923), Contributi alla psicoanalisi (1921-45), Invidia e gratitudine (1957), emerge un'idea dell'inconscio come luogo delle produzioni fantasmatiche: il bambino che prima di addormentarsi simula o immagina la suzione del seno materno, svela come ogni pulsione sia accompagnata da una relativa fantasia. Tutto il mondo interno del neonato è abitato da fantasmi, simulazioni, fantasie originarie che strutturano l'inconscio. Queste produzioni fantasmatiche sono però sempre dirette verso oggetti parziali (bocca, seno, organi genitali), cioè verso frammenti di corpo, e mai alla totalità della persona (la madre, naturalmente). Il bambino, secondo la K., si trova in questo senso sin dall'inizio in una condizione di frammentazione e scissione dei suoi desideri e delle sue pulsioni. In preda all'istinto di morte è drammaticamente diviso tra ricerca degli oggetti buoni (quelli che lo gratificano) e la paura degli oggetti cattivi (quelli che lo minacciano). L'unità del soggetto, in altre parole, si forma solo in un momento successivo. A questo livello la K. introduce l'importante nozione di posizione per indicare le modalità attraverso cui il bambino si relaziona agli oggetti. La posizione iniziale (prima del quarto mese di vita) è definita schizoparanoide, ed è appunto quella in cui si manifesta la frammentazione originaria (legame tra pulsione e oggetto parziale) in cui cioè affiora un profondo sentimento d'angoscia derivante dalla divisione tra oggetti buoni e cattivi. Solo più tardi, dopo il quarto mese di vita, con la posizione cosiddetta depressiva, il bambino è in condizione di percepire la totalità (di percepire, ad esempio, la mamma come oggetto d'amore unitario, non più scisso in parti buone e cattive). Lo scopo della terapia kleiniana, che ha ottenuto vasti consensi in ambito clinico, consiste in questa prospettiva proprio nell'aiutare la ricomposizione dell'unità nel soggetto, nell'assorbire le posizioni della scissione schizoparanoide in quelle delle conciliazione depressiva stimolando un'incessante elaborazione simbolica del lutto originario, dell'assenza/frammentazione della madre.