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Dizionario Economico
Ambiente

Insieme di quegli aspetti del mondo circostante che si ripercuotono sull'attività economica dell'uomo e delle imprese, in quanto rappresentano il contesto entro il quale essi si muovono.
Dal punto di vista economico, l'ambiente è dunque una risorsa produttiva che dopo essere stata utilizzata e distrutta può essere riprodotta, ma che essendo comunque una risorsa scarsa deve essere gestita in modo efficiente.
È solo a partire dagli anni Sessanta che l'ambiente è stato considerato dal punto di vista economico. Un primo filone teorico ha appuntato la propria attenzione sull'allocazione intertemporale delle risorse naturali, applicando gli strumenti concettuali propri dell'analisi allocativa. Una seconda scuola, invece, partendo dalla teoria delle esternalità (v.) e, dunque, dai fallimenti del mercato (v.), si è concentrata sulle possibili forme di intervento dello Stato a tutela dell'ambiente. Si è venuto così a delineare un nuovo campo d'intervento della finanza pubblica che, considerando la distruzione dell'ambiente un tipico caso di diseconomia esterna, utilizza gli strumenti tradizionali d'intervento (imposte, agevolazioni ecc.).
Già Pigou (v.), rifacendosi all'analisi marshalliana, aveva rilevato come fossero possibili divergenze fra costo privato e costo sociale: l'aumento del prodotto nazionale apportato da una produzione inquinante non considera, infatti, il danno apportato alla collettività, e dunque all'intero sistema economico nazionale. In tal caso, il beneficio privato è maggiore di quello sociale, ed i costi privati risultano inferiori a quelli sopportati dalla collettività. Il problema, teoricamente, è di facile soluzione: basta aumentare il costo marginale privato, così che questo comprenda anche l'esternalità ed indurre gli operatori economici ad adeguare il proprio comportamento alla nuova curva.
Tale soluzione teorica ha trovato sul piano operativo applicazioni diverse. Un primo rimedio, già indicato dallo stesso Pigou, è quello di imporre un'imposta specifica (v.) sul prodotto inquinante: si costringono così le imprese a produrre una quantità di prodotto efficiente (ovvero compatibile con le esigenze della collettività) e, nello stesso tempo, si ottiene un gettito d'imposta che potrebbe essere utilizzato per ulteriori azioni a tutela dell'ambiente. Sorge, però, il problema, dell'esatta quantificazione dell'esternalità e quindi dell'imposta. Quest'ultima, nel caso fossero disponibili tecnologie di produzione alternative a quelle inquinanti, potrebbe assumere la forma del sussidio (v.) così da incentivarne l'utilizzo.
Altro strumento utilizzato, introdotto nel corso degli anni Ottanta negli Stati Uniti, è il cosiddetto diritto ad inquinare: esso consiste nel calcolo, effettuato dall'operatore pubblico, della diseconomia ottimale. Tramite vendite all'asta, quindi, si assegna il diritto ad inquinare fino al limite indicato. Rispetto alla soluzione dell'imposta specifica, cui per molti versi assomiglia, questo metodo presenta il vantaggio di un effetto più affidabile sul livello della diseconomia, poiché questa viene predeterminata.
La soluzione più adottata nella pratica, però, è quella del controllo giuridico, attraverso la regolamentazione delle attività nocive. In genere, però, essa è anche la più inefficace poiché richiede un apparato amministrativo estremamente attento ed efficiente e perché non permette di discriminare fra soggetti operanti in contesti diversi.