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Dizionario della Filosofia Politica
Gentile, Giovanni (1875 - 1944)

Filosofo e uomo politico italiano. Si laureò alla Scuola Normale Superiore di Pisa, discutendo una tesi su Rosmini e Gioberti (1898). Nel 1899 pubblicò La filosofia di Marx. Nel 1903 fondò con Benedetto Croce la rivista La Critica, dalle cui pagine condussero la «battaglia» contro il positivismo.
Dal 1906 iniziò l’insegnamento di storia della filosofia presso l’Università di Palermo. Qui creò una cerchia di discepoli e diffuse la filosofia dell’idealismo attuale, il cui manifesto è costituito da L’atto del pensare come atto puro (1912). Ad esso seguirono La riforma della dialettica hegeliana (1913), La teoria generale dello spirito come atto puro (1916), Sistema di logica come teoria del conoscere (1917).
Fu ministro della Pubblica Istruzione (1922-24), e in tale veste diede il via ad una profonda riforma della scuola. Aderì nel 1923 al Partito fascista: tale militanza politica accrebbe la rottura con Croce, anche se il loro rapporto si era già precedentemente incrinato, a causa di divergenze di natura filosofica.
Quale icona culturale del movimento fascista, (—) si adoperò in una serie di importanti iniziative, tra le quali la direzione dell’Istituto fascista di cultura e dell’Enciclopedia Italiana.
Nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Malgrado il suo ruolo in quegli anni fosse notevolmente diminuito di importanza, (—) venne ucciso da un commando partigiano presso la sua casa di Firenze. Postumo apparve il saggio Genesi e struttura della società (1946).
La riflessione teorica di (—) iniziò con un confronto con la filosofia marxista, della quale, malgrado l’impostazione critica, finisce per riconoscerne la derivazione hegeliana.
Ed è proprio verso un «riforma della dialettica hegeliana» che si muove la successiva speculazione gentiliana. Egli supera la dialettica hegeliana, risolvendo l’oggetto nel soggetto pensante. La realtà per (—) è nel pensiero in atto, cioè nel soggetto attuale del pensiero. In tal modo l’oggetto del pensiero non esiste al di là dell’atto del pensiero, che è infinito, poiché non esiste nulla che possa limitarlo.
Per quanto concerne il suo pensiero giuridico-politico, (—) identifica nello Stato l’incarnazione della moralità. Le opere principali di (—) in tale campo sono I fondamenti della filosofia del diritto (1916) e la citata opera postuma. (—) risolve lo Stato e la società (quindi il diritto e la politica) nell’atto del pensiero. Lo Stato è la sintesi delle individualità, in cui non esiste più distinzione tra pubblico e privato, tra Stato e società, poiché «tutto» esiste all’interno del soggetto pensante.
La stessa adesione di (—) al fascismo non può ritenersi estranea alla sua concezione filosofica. (—) vide nel movimento fascista la continuazione ideale del movimento risorgimentale, che terminava appunto nella realizzazione di uno Stato etico, garante delle libertà dei cittadini. In tale «Stato totale» scompaiono i corpi intermedi e l’individuo è «libero», in quanto sente come proprio interesse quello della comunità e dello Stato; in tal modo il massimo di libertà coincide con il massimo di forza dello Stato.
In effetti il rapporto tra (—) e il Partito fascista non fu semplice. Il filosofo fu guardato con sospetto da alcuni ambienti del partito, che gli rimproveravano le origini «liberali». (—) si trovò inoltre in contrasto con la scelta, effettuata dal regime nel 1929, di firmare il Concordato con la Chiesa cattolica.