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Dizionario di Scienze Psicologiche
Relativismo
In ambito filosofico, Protagora sosteneva che di tutte le cose, del loro essere e non essere, è misura l'uomo. In tal modo Protagora si contrapponeva alla verità assoluta dell'essere parmenideo: verità in attingibile per l'uomo che è confinato nella mutevolezza delle sue esperienze e delle sue sensazioni. Il r. protagoreo investe l'intera sfera delle questioni etiche: non ci sono cose o azioni buone o cattive per se stesse, ma solo in relazione a situazioni e fini contingenti e determinati. Nel periodo del positivismo, Comte abbandonò la riflessione sul perché dei fenomeni per concentrarsi invece sul loro come. Legata ai fatti e alle modalità delle loro estrinsecazioni prevedibili, la scienza deve accettare il carattere provvisorio, limitato e fallibile delle sue verità, che non sono mai assolute e incondizionate. Per l'empiriocriticismo di Mach le teorie scientifiche sono più utili che vere (tesi ripresa da Croce nell'ambito del suo storicismo); esse servono a semplificare l'esperienza allo scopo di modificarla mediante l'uso di strumenti concettuali che, sono pure convenzioni e astrazioni funzionali. Le tesi dell'empiriocriticismo vennero poi riprese e rielaborate dai neopositivisti, che sottolinearono la pluralità delle logiche che sottendono l'impresa scientifica. Ma fu in particolare Wittgenstein a proporre una versione originale del r. con la sua teoria dei giochi linguistici. Ogni verità è infatti relativa all'uso del linguaggio, ma tale uso si fraziona poi in pratiche differenti, ognuna governata da proprie norme (come accade appunto nei diversi giochi di carte, scacchi etc.), che riflettono forme di vita peculiari. Non risulta dunque mai possibile attingere verità assolute, ma sempre relative all'ambito di discorso volta per volta attivato (matematico, fisico, morale, religioso etc.). In ambito antropologico, Herskovits ha elaborato la teoria del r. culturale, secondo cui i valori di ogni cultura sono relativi. Partendo dall'osservazione che la cultura è un'esperienza di carattere universale, Herscovits afferma che tutti i popoli hanno elaborato delle credenze sull'origine dell'Universo e si esprimono con canti, danze, miti, arti grafiche e plastiche. Tutti gli aspetti della cultura, così come la cultura in senso globale, sono attributi di tutti i gruppi umani, ovunque essi vivano. Tuttavia le manifestazioni della cultura assumono caratteri specifici presso ogni popolo: ogni cultura è unica e diversa da tutte le altre. I costumi variano da regione a regione, ma hanno sempre una giustificazione nel loro specifico ambito culturale. Da questo consegue che non esistono valori assoluti, ma solo valori relativi. Nessun popolo ha dunque il diritto di imporre agli altri il proprio sistema di valori, dato che non esiste un sistema di valori universale. Ciò non impedisce che ogni gruppo umano sia convinto della superiorità del proprio modo di vivere: questo perché la cultura viene assimilata dagli individui soprattutto a livello preconscio e quindi la presa di coscienza critica dei suoi contenuti è estremamente difficile. La convinzione acritica che la propria cultura sia preferibile a tutte le altre è stata definita da Herskovits etnocentrismo. All'etnocentrismo Herskovits contrappone l'esigenza di prendere coscienza della relatività dei propri valori: le valutazioni sono sempre relative allo sfondo culturale dal quale emergono; infatti i giudizi sono basati sull'esperienza, e l'esperienza è interpretata da ogni individuo in termini relativi alla sua acculturazione.