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Dizionario Storico del Diritto Italiano ed Europeo
Montesquieu Charles-Louis de Secondat de (La Brède, Bordeaux
1689 - Parigi 1755)

Filosofo francese. Legò il suo nome all’opera Lo spirito delle leggi (1748), che apre sostanzialmente il discorso politico dell’Illuminismo [vedi] ed è all’origine di tutte le formulazioni dei problemi politici e giuridici del secolo dei lumi.
Tale opera, vietata in Francia fino al 1751 e messa all’indice dalla Chiesa nel 1752, ebbe nondimeno vastissima risonanza, venne tradotta in molte lingue ed esercitò una durevole influenza.
In essa (—) mise in evidenza il rapporto esistente tra le leggi e gli usi, le credenze religiose, i commerci, le dimensioni dei singoli Stati ed introdusse per la prima volta, fra i motivi condizionanti l’assetto giuridico, anche l’ambiente geografico e il clima. L’ambizione principale del filosofo francese era quella di riflettere e condurre un’analisi non su una presunta essenza universale astratta della società, bensì su fatti concreti che compongono (secondo leggi e strutture tutte da scoprire) l’universo storico e sociale dell’uomo.
Partendo da un’analisi delle istituzioni delle diverse società, (—) tentò di individuare le leggi che scaturiscono dalla natura dell’uomo e che presiedono alla vita civile di essa. La sua profonda convinzione era che l’insieme dei fenomeni sociali non appartenesse al regno dell’arbitrio o del caso, né fosse frutto di progettazioni consapevoli dell’uomo. Secondo (—) vi è una ragione originaria che regola l’universo e le leggi in senso ampio non sono altro che “i rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose, e in questo senso tutti gli esseri hanno le loro leggi: la divinità ha le sue leggi, il mondo materiale ha le sue leggi, le intelligenze superiori all’uomo hanno le loro leggi, le bestie hanno le loro leggi, l’uomo ha le sue leggi. Chi disse che una cieca fatalità ha prodotto tutti gli effetti che vediamo nel mondo, disse una grande assurdità: infatti, che cosa ci può essere di più assurdo di una cieca fatalità che avrebbe prodotto esseri intelligenti. Vi è […] una ragione originaria; e le leggi sono le relazioni fra quella ragione e i diversi esseri, e le relazioni di quei diversi esseri tra loro” (Montesquieu).
Per comprendere la diversità delle leggi umane è sufficiente immaginarle scaturenti dalla natura dell’uomo, in quanto quest’ultimo agisce secondo i dettami della propria natura e nell’ambito di particolari scenari sociali. La pratica politica, ossia l’arte di governare deve, dunque, tenere conto delle particolarità di ciascuna società, dei suoi condizionamenti extragiuridici (fattori fisico-ambientali, economici, politici) e, complessivamente, della sua storia.
L’insieme dei rapporti che intercorrono tra le norme giuridiche ed i diversi piani extragiuridici sottostanti va a formare quello che (—) definisce lo Spirito delle leggi.
L’aver postulato l’esistenza di leggi del vivere umano conduce necessariamente (—) ad affermare la presenza di un determinismo specifico delle società politiche, che nega la presenza del libero arbitrio e spiega ogni fatto umano e l’evoluzione della storia come determinati da cause indipendenti dalla volontà di chicchessia. Proprio il determinismo spinge il filosofo francese all’individuazione e all’enumerazione di tutti quei fattori ed elementi che dominano la vita degli uomini.
L’analisi condotta da (—) era, in sostanza, rivolta a fornire una soluzione al fondamentale problema di conciliare la libertà dei singoli all’interno di una società caratterizzata da forti antagonismi di classe. La soluzione veniva individuata proprio nella concezione della legge come rapporto necessario e uguale per tutti.
Sempre ne Lo Spirito delle Leggi venne anche elaborato il principio della separazione dei poteri, uno dei concetti fondamentali delle democrazie contemporanee.
Dopo aver individuato l’esistenza storica di tre diverse forme di governo (il sistema dispotico, il sistema repubblicano e il sistema monarchico), che condizionano in maniera differente la formazione delle leggi, (—) propone, al fine di evitare i mali del dispotismo, in cui il capriccioso dominio del sovrano prende il luogo dell’autorità costante e certa della legge, la formula della divisione dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziario. Affinché un ordinamento possa garantire la libertà politica dei cittadini è necessario che i tre poteri stiano in una sorta di equilibrio, ossia in un rapporto tale per cui ciascuno di essi non possa prevaricare gli altri due e, per questo motivo, devono essere affidati a organi diversi e separati. Questa concezione della convivenza politica, più che democratica, può essere considerata liberale.
Infatti, (—) si limitava a negare al sovrano alcune prerogative, invocando delle garanzie costituzionali che ponessero dei precisi limiti al potere monarchico, mentre il pensiero democratico rivendicava la piena sovranità popolare, accentuando in modo particolare le tematiche della giustizia sociale e dell’uguaglianza. È da sottolineare , inoltre, che la concezione politica elaborata da (—) era intenzionalmente modellata sulla costituzione inglese, peraltro alquanto idealizzata dall’ispirazione razionalistica francese. Durante tutto il periodo illuministico, infatti, i Francesi mostrarono enorme ammirazione nei confronti dello sviluppo politico e scientifico inglese, assumendo l’Inghilterra a modello ideale di tutte le loro aspirazioni. In effetti, il re in Inghilterra aveva la responsabilità dell’esecutivo, divisa con il governo, mentre le rappresentanze dei cittadini (la Camera dei Comuni e la Camera dei Lords) erano titolari del potere legislativo ed una magistratura indipendente si occupava del giudiziario.
L’influenza esercitata da un’opera sistematica come Lo Spirito delle Leggi si fece sentire, nelle sue varie parti, su tutte quelle dottrine che a qualche titolo venivano raccolte sotto l’etichetta del cosiddetto Illuminismo giuridico [vedi Illuminismo] e, talvolta, anche su quelle dottrine giuridiche dette dell’antilluminismo e della conservazione.