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Dizionario della Filosofia Politica
Finalismo

Teoria secondo la quale il mondo e i singoli eventi sono organizzati in vista di un fine.
Il filosofo greco Anassagora (sec. V a.C.) ritenne ogni cosa diretta nel modo migliore da un’intelligenza ordinatrice (nous).
La dottrina di Aristotele fa prevalere il (—) nella filosofia antica, contro la tesi opposta che le cose avvengano per caso. Per Aristotele, infatti, ciò che avviene «sempre» in natura, come la generazione degli organismi viventi, si spiega solo in virtù di una causa finale. Il (—) vale anche per i corpi inorganici e per gli astri.
Aristotele ritiene che la finalità sia estrinseca alla natura stessa, il cristianesimo invece la fa dipendere dalla provvidenza divina: ogni cosa tende al proprio fine nell’ordine voluto da Dio e l’uomo è il fine del creato.
In età moderna il (—) è stato criticato dal filosofo inglese Francesco Bacone (1561-1626), in quanto falsa concezione e ostacolo per la ricerca sperimentale. Galileo Galilei (1564-1642) e il filosofo francese Cartesio (1596-1650) definirono illusoria la pretesa del (—) di spiegare la realtà. La scienza moderna ha dunque escluso dal proprio ambito la ricerca della causa finale.
Il filosofo olandese Spinoza (1632-1677), nell’Ethica more geometrico demonstrata, affermava che il (—), ossia l’idea che ogni cosa sia fatta per l’uomo, è un grave pregiudizio nato dall’ignoranza e dalla naturale ricerca di vane rassicurazioni. Egli riteneva che un’assoluta necessità dominasse nel mondo e in Dio.
Nell’Ottocento, l’idealismo tedesco riprende la concezione del (—).
Per Hegel, la storia universale ha un fine intrinseco: lo Spirito che si sviluppa in essa, realizzandosi come razionalità e libertà nel mondo politico e giungendo alla piena consapevolezza di sé proprio con la filosofia.